Il Re Leone, recensione del live action Disney diretto da Jon Favreau

scritto da: Ludovica Ottaviani

Un ruggito torna ad attraversare la savana: a distanza di 25 anni dalla sua uscita in sala, Il Re Leone torna di nuovo sul grande schermo in forma smagliante, sfruttando le moderne tecnologie e segnando una svolta evolutiva nel percorso live action intrapreso dalla “Casa di Topolino”, la Disney.

Al timone di regia troviamo ancora una volta Jon Favreau, reduce dal successo del precedente adattamento de Il Libro della Giungla, che questa volta si affida non solo al live action (appunto) ma anche ad una tecnica innovativa chiamata photo real, utilizzata già nei documentari per permettere allo spettatore d’immergersi ulteriormente nelle magiche atmosfere del Cerchio della Vita.

E proprio il simbolo e il concetto stesso di Cerchio della Vita, dove s’intende che in natura tutto è interconnesso, è una delle costanti nel racconto delle avventure del giovane leone Simba, alle prese con il proprio viaggio di consapevolezza non per diventare, bensì per essere re proprio come suo padre Mufasa.

Simba, il giovane futuro re della savana, prova una grande ammirazione per suo padre – Re Mufasa – e prende sul serio il proprio destino reale. Ma non tutti nel regno celebrano l’arrivo del nuovo cucciolo: infatti Scar, fratello di Mufasa e precedente erede al trono, ha dei piani molto diversi e la drammatica battaglia per la Rupe dei Re si conclude con l’esilio di Simba. Con l’aiuto di una curiosa coppia di nuovi amici, Simba dovrà imparare a crescere e capire come riprendersi ciò che gli spetta di diritto.

Il Re Leone è stato – e continua ad essere – uno di quei cult generazionali che hanno letteralmente ridefinito i contorni dell’immaginario collettivo soprattutto dei millennials: prendendo spunto dall’Amleto di Shakespeare, la fabbrica di “zio Walt” & co.” riuscì a segnare in modo inesorabile platee di bambini che hanno pianto a dirotto sulla morte di Mufasa e riso a crepapelle sulle buffe performance canore di Timon e Pumba, portatori sani dell’Hakuna Matata pensiero, contagiosi come l’allegria e la voglia di vivere.

Cambiano i tempi: dal 1994 siamo scivolati addirittura in un nuovo millennio e, ai bambini di oggi, viene concessa da Favreau l’opportunità di tornare a provare le stesse emozioni grazie a quello che è forse il miglior adattamento di un classico dell’animazione Disney mai realizzato finora. L’estremo realismo permette d’immergersi nella narrazione, spiando dal “buco della serratura” le avventure del giovane Simba e del suo branco; si ha come la sensazione, da spettatori, di ritrovarsi immersi in un’esperienza in 4D tanto si viene travolti dalle sensazioni, dalle immagini mozzafiato, dal prodigio della tecnologia che incontra l’arte e la genialità umana.

Il Re Leone: un’esperienza in cui si viene travolti dal prodigio della tecnologia che incontra l’arte e la genialità umana

il re leone

Nonostante lo splendore mozzafiato della resa finale e la sicurezza garantita dalla sceneggiatura – che ricalca fedelmente l’originale –, questa nuova versione de Il Re Leone apre un inedito dibattito su uno scenario tipico della post-modernità legato al valore delle immagini digitali. Non tanto sul piano (indiscutibile) della resa estetica, quanto sui risvolti antropologici: nel film d’animazione del 1994, uno dei punti di forza (soprattutto del marchio Disney) era proprio la possibilità inedita di veder “recitare” degli animali dai tratti antropizzati, capaci di esibirsi in un’ampia gamma di emozioni molto più che umane.

Oggi, di fronte all’estremo realismo dei personaggi, ci si sente spiazzati nell’incapacità di ritrovare tracce umane nei lineamenti degli animali protagonisti, complice anche il doppiaggio che invece cavalca le onde dei sentimenti e delle emozioni, toccando le tipiche corde umane. Un risvolto antropologico inedito, che però non intacca assolutamente la meraviglia e lo stupore generati dal film, capace inoltre di sensibilizzare su temi importanti quali il bullismo ma soprattutto il rispetto e la salvaguardia dell’ambiente, perché tutti siamo parte di un interrotto Cerchio della Vita che connette tra loro tutte le creature viventi.

Per quanto riguarda il doppiaggio, Il Re Leone può vantare in originale le voci di Beyoncé e Donald Glover, rispettivamente nei panni di Nala e Simba, in italiano sostituiti da Elisa e Marco Mengoni: una scelta ardita non tanto sul piano del cantato, quanto su quello del recitato, visto il tentativo di adattarsi nel migliore dei modi alle intenzioni degli originali, senza però spersonalizzare le identità (e peculiarità) dei due talent nostrani (come hanno raccontato durante la conferenza stampa).

Sicuramente, ad affascinare per libertà creativa ed espressività sono le voci di alcuni comprimari come Massimo Popolizio nei panni del perfido Scar, al quale è capace di donare una profondità malvagia degna di un machiavellico villain shakespeariano, e infine il duo Timon e Pumba doppiato dalla coppia Edoardo Leo/Stefano Fresi: il loro affiatamento sul grande schermo è sempre stato evidente, ma nel film la loro verve comica esplode con inaspettata ironia e leggerezza.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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