Il Re, recensione del film di David Michôd con Timothée Chalamet

scritto da: Diego Battistini

In principio fu Laurence Olivier, che scelse di esordire alla regia dirigendo nel 1944 Enrico V, tratto dall’omonima tragedia di William Shakespeare (e del quale Kenneth Branagh fece un “remake”, se così si può definire, alla fine degli anni ’80). Poi venne Orson Welles, che, grazie anche al genio che lo contraddistinse, decise di “stravolgere” il testo del bardo, realizzando un film, Falstaff (in originale Campanadas a medianoche), che prendeva spunto non solo dall’Enrico V, ma anche dai precedenti drammi Enrico IV, Parte I e II, e raccontava la storia dell’ascesa del sovrano attraverso gli occhi di un personaggio di contorno che Welles (anche grazie alla sua straordinaria interpretazione) riuscì ad ergere a figura tragicamente mitica, donandoci anche una delle caratterizzazioni più belle della storia del cinema.

È più a Welles che a Olivier e Branagh (e forse anche a Shakespeare) che ha probabilmente guardato David Michôd (già autore di War Machine con Brad Pitt, qui in veste di produttore) quando ha scritto, insieme a Joel Edgerton, Il Re, kolossal targato Netflix presentato all’ultimo Festival di Venezia. Una vicinanza che naturalmente riguarda più lo spirito che la sostanza. Il film infatti appare come una rilettura dei drammi shakespeariani sopra citati, non proponendosi come una fedele trascrizione delle tragedie dell’autore britannico, ma modificando alcuni sostanziali aspetti che ne fanno un prodotto altro rispetto ai testi che l’hanno ispirato (un po’ come accadde nel caso di Welles).

Il Re non solo si concede la libertà di descrivere a tutti gli effetti l’ascesa al trono del giovane re, ma si permette persino di sorvolare su alcuni passaggi celebri dell’Enrico V, e di modificare sostanzialmente la caratterizzazione e il destino di Falstaff. Se nella tragedia, il vecchio compagno di scorribande del re muore solo, dimenticato dal suo vecchio amico ormai inghiottito dai doveri regali, nel film di Michôd, Falstaff non solo è più giù giovane e atletico (artrite a parte), ma acquista un ruolo decisivo, dato che sarà richiamato da Enrico a combattere al proprio fianco durante la celebre battaglia di Agincourt, che vide fronteggiarsi l’esercito inglese e quello francese.

Hal (Timothée Chalamet) è il figlio del reggente d’Inghilterra, Enrico IV (Ben Mendelsohn). Ribelle e riluttante all’idea di essere l’erede al trono, il giovane ha rinnegato la sua famiglia e ha deciso di condurre un’esistenza tra gli umili, legandosi in particolar modo all’amico e mentore Falstaff (Joel Edgerton). Successivamente alla morte del malato padre e del fratello minore (Dean-Charles Chapman) in battaglia contro i ribelli gallesi, Hal è costretto a ritrovare la propria strada di regnante divenendo Enrico V. Sovrano di un regno in subbuglio, anche a causa delle inadempienze paterne, Enrico si troverà a dover fronteggiare un nemico esterno, la Francia di Carlo VI e del figlio Luigi (Robert Pattinson).

Benché distribuito nei cinema solo negli Stati Uniti, mentre in tutto il mondo è stato reso disponibile esclusivamente in streaming, Il Re palesa fin dalla prima sequenza, in cui mostra in maniera sontuosa un campo di battaglia a conclusione di una cruenta battaglia, la sua “essenza cinematografica”, ovvero il suo essere stato pensato, scritto e diretto per il grande schermo. Questo aspetto, da non sottovalutare, lo si nota non solo a livello visivo – il direttore della fotografia, Adam Arkapaw , ha compiuto un lavoro davvero straordinario -, ma anche a livello di scrittura (certo, in questo caso vi era comunque una base di partenza solida come le tragedie shakespeariane).

Il Re, infatti, convince sia da un punto di vista drammaturgico che prettamente estetico. Se è vero che, a livello di sceneggiatura, qualche passaggio è un po’ troppo abbozzato (ad esempio, il brusco passaggio di Hal/Enrico V da giovane ribelle a re risoluto e conscio dei propri doveri), nel complesso il film di Michôd regge molto bene le oltre 2 ore di visione, riuscendo nell’impresa (non sempre facile quando si parte da un testo teatrale) di rendere la narrazione estremamente dinamica. Con il film, il regista australiano torna ad affrontare un tema a lui molto caro come quello della famiglia – sia essa biologica (in questo caso, solitamente problematica e disfunzionale), sia putativa -, aspetto che contraddistingue un po’ tutto il suo cinema a partire dall’ottimo Animal Kingdom. Ma certamente l’aspetto che più salta all’occhio nella sua ultima opera è il modo attraverso il quale viene affrontato il materiale narrativo di partenza.

Se da una parte la pellicola si sofferma sulla descrizione della vita di corte, tra intrighi e sotterfugi capaci – come lo spettatore ha modo di vedere – di ingannare e manipolare persino i regnanti, nonché sull’ascesa del personaggio di Hal/Enrico, giovane idealista che ben presto, forse sotto il peso delle responsabilità che la corona comporta, si troverà a comportarsi in maniera non dissimile dal tanto odiato padre, dimostrando al contempo: coraggio e saggezza, ma anche crudeltà e spietatezza nei confronti di coloro che operano (o si presume che operino) alle sue spalle, dall’altra la sua forza è nella capacità di aggiornare il materiale narrativo d’origine. Si è già detto del coraggio con cui gli sceneggiatori hanno aggiornato e rivisto il materiale di partenza shakespeariano, ma è necessario anche soffermarsi sul modo attraverso cui è raccontata la vicenda. La strada intrapresa da Michôd è quella dell’antispettacolarità e del realismo con il quale sono raccontati gli avvenimenti, aspetti che si esaltano nel momento topico della narrazione: quello in cui viene descritta la battaglia di Agincourt.

È proprio in questa sequenza che si apprezza maggiormente lo sforzo del regista di proporre un’estetica cinematografica che più che guardare alla contemporaneità – in molti hanno scritto, e probabilmente a giusto titolo sotto certi punti di vista, della famigliarità con l’estetica della serie tv Games of Thrones -, sembra guardare ad altri modelli, prettamente autoriali, pur rimanendo nell’alveo del cinema spettacolare. La cruenta e confusionaria sequenza della battaglia, discioglie tutta l’epica potenzialmente insita nella scena nella fanghiglia che contraddistingue il campo di battaglia, in cui i soldati (già prigionieri delle proprie armature) si impantanano a tal punto da non riuscire quasi a muoversi, o a riconoscere i compagni da salvaguardare dai nemici da abbattere, risucchiati dalla massa di corpi metallici che formano un gorgo quasi infernale e per nulla eroico e mitico che sopprime ogni possibile spettacolarità.

Tutti elementi che depotenziano il carattere mitico della storia e del suo personaggio principale – in fin dei conti Enrico V è pur sempre il sovrano che è riuscito nella grande impresa di conquistare la Francia – e che pare Michôd prendi in prestito principalmente da due film (molto diversi tra loro, ma che sovente durante la narrazione sembrano emergere consapevolmente o no): Lancillotto e Ginevra di Robert Bresson e Robin e Marian di Richard Lester.

Di entrambi il regista sembra riprendere il tema dell’antispettacolarità, da una parte mostrano le sequenze di battaglia come goffi corpo a corpo limitati proprio nell’azione dalle ingombranti armature che fanno dei protagonisti più che dei fieri eroi e cavalieri medievali o tardomedievali degli automi (aspetto che si rintraccia in particolare nel film di Bresson), sottolineando, talvolta anche con ironia, gli impacciati movimenti di coloro che vorrebbero apparire come eroi senza macchia e senza paura, ma che alla fine non possono far altro che soccombere in modo ben poco cavalleresco (come il povero Delfino di Francia, la cui fine ingloriosa è tanto comica quanto tragica e ricorda per certi versi il duello tra gli ormai anziani Robin Hood e lo sceriffo di Nottingham raccontato da Lester nel suo film).

Sicuramente i puristi di Shakespeare storceranno un po’ il naso – sia per le modifiche al testo d’origine, sia per la volontà del film di essere il più lontano possibile dalla mera riduzione teatrale -, ma superati i dubbi iniziali (sotto un certo punto di vista anche legittimi), Il Re non può che apparire come un film riuscito, capace di gettare nuova luce su una storia (o forse è meglio dire storie) di cui il cinema si è nutrito fin quasi dalla sua nascita, e che ora torna in una veste (aggiornata) completamente nuova e sicuramente più vicina ai gusti del pubblico odierno, non per questo cedendo alla spettacolarità fine a se stessa, ma proponendo una “pellicola ragionata” capace di coinvolgere lo spettatore.

Guarda il trailer ufficiale de Il Re

Diego Battistini

Collaboratore | La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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