Judy, recensione del biopic con Renée Zellweger nei panni di Judy Garland

scritto da: Ludovica Ottaviani

Judy è l’atteso biopic sugli ultimi anni di vita dell’attrice e cantante Judy Garland: figura larger than life, primissimo simbolo della pop-culture, icona della comunità LGBTQ, era sopravvissuta al controllo degli Studios hollywoodiani durante l’infanzia e l’adolescenza restandone però indelebilmente segnata, come mostra il film diretto da Rupert Goold presentato a RomaFF14 e in arrivo nelle sale dal 16 gennaio 2020.

Tratto dalla pièce teatrale di Peter Quilter, “End of the Rainbow”, il film è ambientato nell’inverno del 1968, quando Judy Garland arriva a Londra per una serie di concerti. Sono ormai passati trent’anni da quando ha conquistato la fama con Il Mago di Oz: la voce è appannata ma la verve è sempre più fulgida e la donna è amata dai fan adoranti, circondata da nuovi amici e collaboratori, forse di nuovo innamorata di un uomo più giovane. Ma dietro quest’apparente vitalità, Judy è una figura fragile, che ha lavorato per 45 dei suoi 47 anni ed è ormai esausta, ossessionata dai ricordi della sua infanzia hollywoodiana, consumata dall’alcol e dalle pillole e afflitta da un unico desiderio: tornare a casa dai propri figli.

In un particolare momento storico nel quale i biopic soprattutto musicali sembrano tornati prepotentemente di moda, Judy mostra con orgoglio tutta la propria eredità teatrale, legata sia al dramma musicale di partenza che alla formazione di Goold; il risultato è un film biografico tagliente e affilato come un rasoio, lontano dalla furbizia pop ostentata da altri lungometraggi. La scelta specifica di collocare la vicenda in una precisa finestra spazio-temporale non fa che accrescere la portata del dramma, dal quale si dipanano – come rami da un albero – i fili dei ricordi, i flashback cruenti di un’infanzia negata, vissuta all’ombra dei riflettori e sempre alla ribalta.

In questo film i flashback non servono ad ampliare il respiro claustrofobico della narrazione, au contraire: sottolineano le conseguenze del presente individuandone le cause in un momento specifico, in quell’adolescenza strappata via da una fabbrica di sogni che finì per schiacciare, tra i propri ingranaggi di denaro e potere, anche quelli fragili della giovane Judy.

Judy Garland, legata a doppio filo con il personaggio che l’ha consacrata, ovvero la Dorothy de Il Mago di Oz: mentre però la bambina, dopo varie peripezie, riusciva a ritrovare la strada di casa, lo stesso non è accaduto al suo doppio mortale, alla Judy attrice sul viale del tramonto invecchiata pur non essendo ancora vecchia, distrutta dalla costante ricerca di una vocalità ormai perduta, intaccata dagli anni e dagli stravizi.

La Judy mostrata nel film non ha una casa: non ha ancora trovato la via per tornare nel Kansas, è ormai alla deriva ma non ha perso la dignità per reagire e lottare, forte soprattutto dell’amore incondizionato di un pubblico che non ha mai smesso di amarla. Ed è proprio questo aspetto di Judy a ferire di più, spezzando il cuore: una donna che voleva solo essere amata finisce per trovare amore, appoggio e comprensione negli estranei, mai in coloro che le sono accanto (eccezion fatta per i figli).

Il film mostra la struggente parabola malinconica di una diva sfiorita, smarrita all’oscuro confine tra oblio e mito, ormai pallida imitazione di se stessa mentre viene immortalata nel tentativo di restare in sella perfino ai propri eccessi, ma ancora capace di lottare per affermare la purezza incondizionata del proprio talento. Una storia di ascesa e caduta ben nota in effetti, forse già vista troppo volte sul grande schermo; un cliché, potremmo dire, se solo non ci fosse la splendida Renée Zellweger a spazzare via ogni dubbio.

L’attrice non si limita a interpretare Judy Garland; diventa letteralmente la protagonista di È Nata una Stella davanti ai nostri occhi, ne assume la postura, i movimenti, la camminata e i modi; perfino la voce non è più quella a cui ci ha abituato la Zellweger, che regala ancora una volta agli spettatori una performance – soprattutto sul piano canoro – memorabile, che la proietta di nuovo nel mondo dorato delle stelle dal quale mancava da troppi anni.

Judy, prima ancora che un biopic, è uno malinconico manifesto; un ultimo, struggente, atto d’amore verso un’attrice e, prima ancora, una donna troppo spesso ridotta a semplice icona della pop culture che è sopravvissuta ad angherie e soprusi; ha aggirato il dramma di un’infanzia spezzata aggrappandosi alla forza di un sogno, al potere del proprio talento unico e all’amore del suo pubblico. E il film rappresenta l’ultimo tentativo di restituirle, ancora una volta, la sua splendida voce per poter raccontare con delicatezza e dignità la propria storia di fulgida stella spezzata troppo presto.

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Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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