La Belle Époque, recensione del film con Fanny Ardant

scritto da: Ludovica Ottaviani

La Belle Époque è il titolo del nuovo film di Nicolas Bedos che torna dietro la macchina da presa firmando anche la sceneggiatura – insieme alla compagna e co-protagonista Doria Tillier – di questa malinconica commedia, pronta a schierare sullo schermo un terzetto d’impareggiabili attori francesi: i fuoriclasse Daniel Auteuil, Fanny Ardant e il giovane – quanto talentuoso – Guillaume Canet. Un’opera raffinata dal sapore agrodolce che ha già riscosso grande successo durante la scorsa edizione del Festival di Cannes e che adesso approda finalmente a RomaFF14 incantando il pubblico con la sua storia a base di ricordi, malinconia struggente, amori dal passato che cercano di sopravvivere allo scorrere del tempo.

Victor (Auteuil) è un fumettista, un uomo all’antica che odia il presente digitale; quando un eccentrico imprenditore, grazie all’uso di scenografie cinematografiche, comparse e qualche trucco di scena, gli propone di rivivere un momento a caso del passato, l’uomo sceglie quello che considera il giorno più bello della sua vita: il 16 Maggio 1974, quando a Lione ha incontrato la donna della sua vita, ovvero sua moglie Marianne (Ardant).

La Belle Époque evoca, già a partire dal titolo, qualcosa di lontano nel tempo, un’age d’or da molti percepita come il massimo dello splendore francese nelle arti, nella scienza e nella cultura in generale; ma non fidatevi, perché questa volta mai traduzione letterale fu più calzante. “L’epoca bella” di cui si parla nel film è quella che corrisponde al periodo più felice vissuto da una persona; una “zona franca” della memoria nella quale rifugiarsi quando la vita inizia a deluderci.

la belle époque

Victor, il protagonista, è un animo creativo: per evadere dalla gabbia di una modernità che non gli appartiene e nella quale non riesce più a riconoscersi sceglie – involontariamente – la scorciatoia del passato, perché tornando a percorrere un terreno già battuto si sente al sicuro, rassicurato dalla malinconia di ciò che conosce e che ha già vissuto. Uno spunto creativo notevole che riporta alla mente le suggestioni dell’ispirato Woody Allen di Midnight in Paris.

Ancora una volta, lo sfondo di queste passeggiate che abbattono i concetti abituali di spazio – tempo è la Francia romantica e malinconica, avvolta dalla luce dorata (virata seppia) della fotografia di Nicolas Bolduc; ma se nel mondo di Allen il protagonista Gil tornava effettivamente indietro negli anni ’20, Victor viene catapultato tra i corridoi di un palazzo della memoria di cartapesta, passaggio di cui è ben consapevole ma che interpreta comunque come una seconda buona occasione per ricominciare.

Bedos cerca di riflettere sullo scorrere del tempo: l’esistenza mette alla prova le relazioni e vanifica fin troppo spesso gli sforzi del sogno. In un’epoca in cui tutto è talmente veloce da invecchiare fin troppo rapidamente (le storie che durano 24 ore su Instagram; i post che sono già vecchi a distanza di un giorno) la nostalgia è diventata un bene prezioso sulla quale incentrare un business redditizio, proprio come fa Antoine (Canet); ma gli intenti che lo muovono non sono legati sempre al denaro, perché nel caso di Victor si tratta di ricambiare un favore regalando ad un uomo una nuova speranza, instillandogli un sogno.

la belle époque

Rubacchiando idee e suggestioni dal già citato Allen quanto dal Nolan ispirato dai sogni di Inception, il regista francese realizza una rom-com amara e struggente come l’essenza stessa della vita: si ride e si continua a credere nell’amore seguendo sullo schermo le peripezie di Victor e Marianne, immersi in un microcosmo che, nel corso degli anni, ha finito per separarli invece di unirli. L’unico spazio nel quale possono ritrovarsi è nel passato, in una zona franca dove la malinconia incontra la memoria e la forza del ricordo permette di fermarsi, di rallentare l’incedere del tempo riflettendo su ciò che è davvero importante.

Con alla base una sceneggiatura impeccabile dotata di un ritmo perfetto, come un grazioso orologio a cucù d’epoca, La Belle Époque incanta, rapisce e commuove lo spettatore; mette di fronte alle contraddizioni dell’esistenza spalancando, grazie al passato, finestre sul futuro e sui nostri comportamenti. Il continuo gioco di rimandi tra realtà e finzione, meta-cinema e meta-teatro, contribuisce a conferire un guizzo brillante alle battute, frutto dell’unione perfettamente musicale tra ritmo e tempo.

E ancora una volta è il tempo, ne La Belle Époque, a diventare protagonista di una metafora sulle stagioni della vita umana, sui cambiamenti continui dell’amore e sulla complessità dei sentimenti; ma la commedia ha, allo stesso tempo, un altro pregio importante, ovvero mettere al centro dell’azione – e della narrazione – una coppia che ha superato la sessantina, un uomo e una donna proiettati verso una nuova fase della loro vita nella quale, però, il sentimento trova ancora spazio, divenendo il motore immobile di ogni cambiamento.

Guarda il trailer de La Belle Époque

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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