Light of My Life, recensione del film scritto e diretto da Casey Affleck

scritto da: Diego Battistini

Chissà se Casey Affleck avrà un futuro (di successo) dietro la macchina da presa simile a quello del fratello maggiore Ben, con il quale condivide naturalmente anche una lunga carriera d’attore. Di certo, il passo dal suo esordio alla regia, lo strambo mockumentary Joaquin Phoenix – Io sono qui, al suo primo film puramente di fiction, Light of My Life, farebbe supporre che il talento c’è e magari deve essere solo un po’ coltivato e messo alla prova con progetti ancora più ambiziosi. Diciamo la verità, quando nel 2007 il fratello Ben Affleck decise di compiere il passo verso la regia cinematografica dirigendo Gone Baby  Gone, nessuno si sarebbe mai aspettato che le sue qualità da regista avrebbero superato quelle (non eccelse, bisogna dirlo) di attore. Bravura che egli confermò anche con gli altri due film realizzati successivamente, entrambi di assoluto livello: The Town e Argo (La legge della notte ha invece rappresentato un po’ una battuta d’arresto).

Rispetto al fratello, che – nonostante non sia mai stato la punta di diamante degli attori della sua generazione – ha comunque rappresentato un volto iconico del cinema americano tra fine anni ’90 e inizio 2000 (in particolare grazie ai kolossal Armageddon – Giudizio finale e Pearl Harbor), Casey Affleck ha avuto una carriera meno folgorante e per lungo tempo non è riuscito a emergere come primo attore. Convincente protagonista del film d’esordio del fratello e co-protagonista del western di Andrew Dominik L’assassino di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, la vera svolta nella carriera di Casey Affleck è rappresentata dall’uscita, nel 2016, dello struggente dramma Manchester by the Sea (che gli valse anche un Oscar come miglior attore protagonista).

Sono state forse le recenti soddisfazioni da attore che lo hanno spinto ad intraprendere la carriera del fratello. Con Light of My Life, da lui scritto e diretto, Casey Affleck punta sul cinema di genere, realizzando un disaster movie atipico che pone al centro più i personaggi e i loro drammi che non roboanti effetti speciali (in stile Roland Emmerich, tanto per intenderci). Il film si concentra infatti sul viaggio che un padre (Affleck) e la figlia Rag (Anna Pniowsky) intraprendono per cercare di mettersi in salvo dopo che una terribile epidemia ha decimato la popolazione femminile sulla terra. Per salvaguardare la figlia, ormai una delle ultime sopravvissute, il padre la veste da ragazzo, cercando di rifuggire il contatto con gli estranei, cosa naturalmente non semplice.

C’è un aspetto da sottolineare di Light of My Life e non è tanto l’originalità della storia, quanto il carattere catartico dell’operazione in sé, soprattutto se letta in relazione con la vita privata del regista. Ma, a questo, ci arriveremo per gradi. Da un punto di vista squisitamente estetico, il film non aggiunge nulla a un sottogenere che negli ultimi anni ha avuto una discreta fortuna al cinema, e appare debitore non solo di una pellicola come The Road, tratto dal romanzo di Cormac McCarthy (dove sono sempre un padre e un figlio a vagabondare per un mondo distrutto da un tremendo cataclisma) ma anche di opere non dissimili quali, ad esempio, I Figli degli Uomini (dove le donne perdono, per colpa di un virus, la fertilità) e del più recente A Quiet Place – Un posto tranquillo, nel quale la minaccia è rappresentata da un’invasione aliena.

Rispetto ai film citati, caratterizzati da un alto tasso di spettacolarità – si pensi, ad esempio, ai risvolti horror di The Road e, in generale, di A Quiet Place – Un posto tranquillo -, è apprezzabile la volontà di Affleck di proporre un cinema di sottrazione, evitando di cadere nella trappola dell’eccessiva spettacolarizzazione di un accadimento che rimane sullo sfondo e di cui poco si conosce. Ad essere privilegiato in Light of My Life è l’aspetto intimo del dramma che stanno vivendo i due protagonisti, padre e figlia. Scelta sicuramente coraggiosa quella di Affleck, se non che le nobili aspirazioni autoriali (perché, in fin dei conti, di questo si tratta), che inizialmente rappresentano l’aspetto più interessante del film, alla lunga, durante il corso della palesano un risvolto negativo. Preoccupato soprattutto di mantenere il realismo e la credibilità della vicenda narrata, Affleck scrive e dirige una storia che sembra rifuggire ogni possibile svolta narrativa; pur incentrando la narrazione quasi esclusivamente sui due personaggi principali e il loro rapporto familiare (i personaggi di contorno sono davvero poco tratteggiati per essere presi in considerazione), ciò che manca è l’aspetto emotivo.

Nell’atto di sottrazione, sembra che Affleck prosciughi il film di tutti quegli elementi capaci di far appassionare gli spettatori ai due protagonisti e alle loro disavventure. Così, il film risulta freddo e persino a tratti respingente. Certamente, da questo punto di vista non aiuta la piattezza della trama, praticamente senza svolte narrative significative e che sostanzialmente sembra sospesa, sempre in attesa di un qualche evento capace di sparpagliare le carte in tavola, ma che invece vede un colpo di scena solo nella parte finale del film. Detto ciò, se vi è comunque un aspetto interessante in Light of My Life, questo è rappresentato dall’esibito femminismo della pellicola. Sembra paradossale per un film ambientato in un mondo maschile e dove i personaggi femminili sono sostanzialmente due: la piccola Rag, che in fondo è la protagonista della vicenda, e la madre defunta (Elisabeth Moss) che compare, poco, in qualche breve flashback.

Il mondo senza donne descritto nel film, attraverso poche ma significative sequenze, è una realtà allo sbando, dominata non tanto dagli uomini (nel senso di genere maschile) quanto dal caos, e dove a contraddistingue il nuovo vivere civile è soprattutto la paura e la diffidenza. A rappresentare l’unica luce (come indicato anche dal titolo) è naturalmente Rag, la giovane che si sta avvicinando alla pubertà e che non dovrà solo imparare a seguire i precetti paterni (per sopravvivere), ma anche farsi carico delle sue proprie responsabilità: di essere umano, ma soprattutto di giovane donna sopravvissuta e chiamata a riportare la luce in un mondo che sembra sprofondato nelle tenebre (sopratutto da un punto di vista morale).

Il tema del femminismo è interessante anche per un motivo che va al di là della storia raccontata e della pellicola realizzata e si lega indissolubilmente con la vicenda privata che ha coinvolto qualche anno fa il regista e attore. Prima della consacrazione con Manchester by the Sea, infatti, Casey Affleck era stato accusato di molestie sessuali da parte di due collaboratrici che avevano lavorato al suo primo film da regista. Benché le accuse siano state poi ritirate e il caso non abbia attirato l’interesse della stampa come quelli successivi del produttore di Harvey Weinstein, sembra quasi naturale vedere Light of My Life come un’operazione in qualche modo catartica per il regista e attore, come a voler chiudere un capitolo della sua vita personale prendendo, a suo modo (e qualcuno potrebbe dire, anche con qualche ambiguità), una posizione nei confronti di un tema che negli ultimi anni ha fatto tremare un po’ tutto lo showbiz (non solo ad Hollywood). Ragione per cui il film può anche essere visto come una sorta di pentimento (certo, magari fuori tempo massimo) sotto forma di opera cinematografica.

Guarda il trailer ufficiale di Light of my Life

Diego Battistini

Collaboratore | La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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