L’Uomo Fedele, recensione della nuova commedia di e con Louis Garrel

scritto da: Ludovica Ottaviani

L’Uomo Fedele (L’Homme Fidele in lingua originale) è il titolo della nuova commedia diretta dall’attore francese Louis Garrel, che si cimenta nella sua seconda prova da regista scrivendo una sceneggiatura a quattro mani con il famoso sceneggiatore Jean-Claude Carrière, che ha lasciato il proprio solco nella storia della settima arte grazie alle collaborazioni con Milos Forman e Luis Buñuel.

Insieme al giovane regista, si sono cimentati nella scrittura di una commedia sofisticata dai toni intellettual “nevrotici” che hanno già sancito il successo delle opere di Woody Allen, nume tutelare che sembra aleggiare sull’intero progetto volto a realizzare una «commedia sentimentale, ma senza sentimentalismi», come spiegato da Garrel stesso durante la conferenza stampa che lo ha visto protagonista – nella cornice del Rendez-Vous – il Festival del Nuovo Cinema Francese  – insieme all’attrice e partner Laetitia Casta, sua compagna anche nella vita. A dividere la scena con loro è anche la giovanissima figlia d’arte Lily-Rose Depp, figlia del “pirata” di Hollywood Johnny e nel film terzo polo di uno stravagante triangolo.

Il film vede protagonista l’affascinante Abel (Garrel) costretto a dover scegliere tra l’amore della sua vita, Marianne (Casta), e la giovane ma instabile Eve (Depp): tra ironia e suspense, la commedia cerca d’indagare con ironia sulle dinamiche dell’amore tra incontri, seduzione e gelosie, sullo sfondo di una Parigi riconoscibile ma atipica che fa da sfondo alle schermaglie sentimentali che muovono i tre, come pesci nel loro microcosmo.

l'uomo fedele

L’Uomo Fedele, la nuova commedia di e con Louis Garrel, dall’11 aprile al cinema

L’Uomo Fedele è una sorprendente commedia atipica, capace di sfuggire al tranello tipico dei cliché o a qualunque convenzione che finisce, inesorabilmente, per incasellare il genere stesso. Con il suo sottile sense of humour tipicamente nordeuropeo, il film mostra – e racconta – una normale, (im)probabile, storia d’amore scegliendo un punto di vista privilegiato: quello della borghesia intellettual-chic francese, un mondo spesso immortalato (nella sua variante anglosassone) anche dalle opere di un cineasta come Woody Allen.

È impossibile infatti non rapportare il secondo lungometraggio di Garrel con le produzioni di due registi come Allen e Luis Buñuel: tanto il primo ha sempre dichiarato di raccontare “ciò che conosce bene”, quindi il mondo degli intellettuali newyorkesi, della borghesia un po’ annoiata, spesso preda delle proprie contraddizioni esistenziali; tanto l’eredità nei confronti del secondo si avverte soprattutto grazie alla sceneggiatura co-scritta con Carrière, che rievoca i fasti del cinema buñueliano pronto a deridere e a riflettere costantemente sulle idiosincrasie del fascino discreto della borghesia.

Garrel con questo secondo film riesce a centrare i propri obiettivi, raccontando con sguardo lucido il proprio personalissimo punto di vista sull’amore e sulle relazioni senza stravolgere i confini del concetto stesso di cinema francese: L’Uomo Fedele “respira” aria di Francia, ha sangue parigino ma allo stesso tempo riesce nell’impresa di raccontare l’universale a partire dal particolare. È così che la storia tra Abel e Marianne riflette, come in uno specchio, le esperienze vissute da molti di noi, muovendosi solo nella delicata zona d’ombra del black humour a denti stretti.

l'uomo fedele

Il montaggio spezzato, alternato, discontinuo e frenetico che sembra riflettere il flusso dei pensieri dei vari protagonisti; l’abilità di scambiare i punti di vista, permettendo così allo spettatore di ascoltare le voci interiori tanto di Abel quanto di Marianne ed Eve, senza dimenticare anche il figlio di Marianne; la libertà con cui viene mostrata una nuova declinazione dell’eterno mito del triangolo amoroso sono tutti elementi che hanno una profonda eredità con il cinema francese degli anni ’60, con quella Nouvelle Vague della quale L’Uomo Fedele (qui il trailer italiano ufficiale) sembra essere un ultimo, fulgido, esempio.

Il cinema di Truffaut; quello di Buñuel, senza dimenticare Allen e le atmosfere da thriller sofistico ereditate da Hitchcock e sempre dalla tradizione francese: il film di Garrel aggiorna moduli – e modelli – provenienti direttamente dalla macchina del tempo degli anni ’60, capaci però di combaciare alla perfezione con le maglie meccaniche dei nostri eccessivi, quanto rutilanti, pazzi tempi.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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