L’Uomo Senza Gravità, recensione del film con Elio Germano

scritto da: Ludovica Ottaviani

L’Uomo Senza Gravità è il titolo del film diretto da Marco Bonfanti con protagonisti Elio Germano, Silvia D’Amico, Michela Cescon ed Elena Cotta che rientra ufficialmente tra gli eventi, in preapertura, della 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma. Per preparare al meglio gli spettatori alla kermesse, alcuni titoli “accoglieranno” il pubblico prima della fatidica data d’inizio – il 17 ottobre – come nel caso del lungometraggio di Bonfanti distribuito da Netflix, che lo renderà disponibile sulla propria piattaforma a partire dal 1 novembre, nonostante l’uscita in sala – come evento speciale grazie a Fandango – prevista per il 21, 22 e 23 ottobre.

Oscar (Germano) viene alla luce in una notte tempestosa, nell’ospedale di un piccolo paese e da subito si capisce che c’è qualcosa di straordinario in lui: non obbedisce alla legge di gravità. Fluttua in aria, si libra nella stanza più leggero di un palloncino, di fronte allo sguardo incredulo della madre e della nonna. Le due donne fuggono con il neonato e decidono di tenerlo nascosto agli occhi del mondo per molti, molti anni. Solo la piccola Agata (D’Amico) conosce il suo segreto. Fino al giorno in cui Oscar decide che tutto il mondo deve conoscere chi è davvero “L’Uomo senza Gravità”: sarà una scelta dalle conseguenze inattese e travolgenti.

Nonostante le intriganti premesse di partenza, il gustoso gioco di citazioni e contaminazioni più o meno svelate – è mamma Natalia/Cescon a dichiarare all’inizio del film “Mi sembra di essere in un film americano” – e la resa tecnica decisamente al di sopra della media italiana, L’Uomo Senza Gravità riesce con qualche difficoltà a lasciare una traccia ben precisa, quasi una specie di “marchio” distintivo nel grande mercato Netflix che lo accoglierà a breve; come se all’ultimo momento l’allure freak della storia fosse stato ridimensionato riconducendo tutta l’operazione all’interno dei ranghi della normalità.

L’idea che ha dato vita al soggetto è accattivante: un bambino nasce in uno sperduto paesino tra le montagne e non è soggetto alle leggi della gravitazione universale teorizzata da Isaac Newton. Mele, serendipità e secoli di progressi scientifici vengono spazzati via da un miracolo che è oggetto di molteplici interpretazioni semiotiche: c’è la chiave poetica e sognante, vicina alla sensibilità artistica di Chagall e dei suoi complessi uomini volanti ben oltre l’orizzonte; c’è la chiave religiosa, con l’idea della carnalità di un angelo caduto sulla terra (considerando che il bambino è anche senza un padre); infine, la chiave di lettura supereroistica: il bambino è un supereroe come Superman o Batman – vero e proprio leitmotiv del film – destinato a grandi, quanto complicate, responsabilità.

Ma la scelta di Bonfanti e Giulio Carrieri (autori della sceneggiatura) vira piuttosto verso la narrazione pop, che strizza l’occhio tanto alla cultura di massa quanto agli elementi della fiaba, rileggendone in chiave post-moderna gli elementi cardine. L’Uomo Senza Gravità finisce così per subire gli effetti di una sceneggiatura dal ritmo altalenante, incostante nel ricostruire – senza qualche lungaggine – l’intero arco della straordinaria vita del protagonista Oscar, dalla nascita fino all’età adulta. Il cast, per quanto ben orchestrato e perfettamente a proprio agio nel clima fiabesco orchestrato da Bonfanti, risente a sua volta di questo ritmo indeciso, “timido”, che vorrebbe lasciarsi andare a tutta la stravaganza di cui è capace ma che finisce per trattenersi diluendosi nella normalità dell’audiovisivo.

Un discorso a parte, ovviamente, merita lo sforzo tecnico che ha coinvolto maestranze non solo italiane, ma anche belghe e infine la divisione losangelina Netflix per quanto riguarda l’eccellenza nell’ambito degli effetti visuali: e quest’ultimi non tradiscono, anzi, contribuiscono a rendere ancora più astratto – ma quanto mai realistico – il racconto della storia di Oscar al quale viene regalata, grazie agli effetti speciali, il dono di un’insostenibile leggerezza vista finora soltanto nei film ambientati nello spazio, come nel Gravity di Cuarón del quale recupera alcune, emozionanti, suggestioni visive.

L’Uomo Senza Gravità è una fiaba pop dal cuore tenero; un tentativo di rileggere forme, modelli e moduli classici nell’ottica post-moderna grazie anche all’ausilio degli splendidi effetti visivi capaci di ricreare l’assenza di gravità; ma è, in fin dei conti, un film sulla leggerezza, capace di riflettere sulla capacità che hanno certe persone di vivere lievi come piume, nonostante la pesantezza che ci ancora a questa terra.

Guarda il trailer ufficiale de L’Uomo Senza Gravità

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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