Motherless Brooklyn, recensione del film di e con Edward Norton

scritto da: Ludovica Ottaviani

Motherless Brooklyn è il film d’apertura della 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma. Un lungometraggio atteso e dalla lunga gestazione, travagliato nella realizzazione quanto benedetto – fin dalla nascita – dalle presenze positive di Edward Norton e degli altri membri del cast stellare che lo accompagna in questa avventura: Gugu Mbatha-Raw, Alec Baldwin, Willem Dafoe, Bruce Willis, Bobby Cannavale e Ethan Suplee.

Ma è indubbiamente Norton il motore immobile di questa operazione, colui che ha reso possibile l’adattamento – per il grande schermo – di uno dei romanzi più celebri dello scrittore newyorkese Jonathan Lethem: l’attore, negli ultimi anni poco presente al cinema, torna in grande stile scrivendo, dirigendo, interpretando e producendo il film, a distanza di ben 17 anni dal precedente tentativo Tentazione d’amore, rom-com dal sapore alleniano ben distante dalla complessità del noir di Lethem.

Negli anni ’50, a New York City, Lionel Essrog (Norton) è un solitario investigatore privato affetto dalla sindrome di Tourette che si ritrova ad indagare sull’omicidio del suo mentore, capo e amico Frank Minna (Willis). Immergendosi in un mistero che lo porta dai locali di musica jazz di Harlem, ai bassifondi di Brooklyn fino alle dorate stanze del potere, Lionel – armato solo di pochi indizi e dell’ingegno della sua mente ossessiva – comincia a svelare segreti gelosamente custoditi sui quali poggia silenziosa la Grande Mela.

Attraverso Motherless Brooklyn Norton dipinge il babelico affresco di una città ferita ma vitale immortalata nel momento cruciale della rinascita: nessun posto al mondo, negli anni ’50, brulicava di fascino e creatività come New York City; ma ogni luce è accompagnata dalla propria ombra, spesso fin troppo ingombrante ed oscura, ed è per tale ragione che il divario tra ricchi e poveri, bianchi e neri, abbienti e disagiati diventa un terreno limaccioso sul quale contendersi il destino di una metropoli a colpi di mazzette, inganni e colpi di pistola.

Lethem è un narratore abituato a tessere storie corali dall’ampio respiro, complesse, introspettive ma pur sempre legate a doppio filo con la città che ne ospita le avventure: e questo doppio filo che lega il narratore alla sua “New York della mente” sembra riflettere anche il rapporto che Norton stesso ha con la metropoli, trasformandolo quindi nel fortunato narratore dei crimini e dei misfatti di un sottobosco truffaldino ma affascinante, corrotto dal potere quanto dalla voglia di sopravvivere ad ogni costo.

Motherless Brooklyn è, a tutti gli effetti, un film dall’impianto classico: direttamente dal cinema classico forgiato dai vari Hawks, Huston, Wilder, Aldrich eredita codici, modelli e stili – il narratore esterno, il detective privato, l’atmosfera, l’oscurità dei personaggi di contorno, inseguimenti e morti cruente – quanto un ritmo lento e incessante, monotono come la ripetizione dei dodici accordi della tradizione blues su una scala. Ma il jazz – parente stretto proprio del blues – definisce invece l’andamento finale del film: una jam session tagliente, affilata, elegante e complessa.

“Complessità” sembra essere la parola chiave per interpretare Motherless Brooklyn: il substrato che giace sotto la cenere dell’elegante messinscena brucia di tante – troppe – trame sottili, di inganni inaccessibili, di malati quanto perversi giochi di potere. Ma la difficoltà ad accedere al mondo creato da Norton sul grande schermo non impedisce allo spettatore di fruire di un’opera complessa, autoriale, che l’attore/regista orchestra con folgorante eleganza metropolitana; una sinfonia improvvisata di cuori e contraddizioni, tenuti insieme dal fil rouge emotivo incarnato da Lionel.

E proprio il personaggio di Lionel è l’anima di questo noir così tradizionale, di questo diligente omaggio a un cinema classico soppiantato ormai dalla rutilante post-modernità: non il solito investigatore privato, uomo tutto d’un pazzo dal machismo ostentato, ma un fragile misfit incapace di trovare il proprio posto nel mondo; orfano e smarrito proprio come la Brooklyn senza madre del titolo. Norton dà vita alla caotica “Coney Island della mente” che sconvolge l’uomo – affetto dalla sindrome di Tourette –, trasformandolo in un malinconico omaggio vivente alla bellezza del caos di Gotham/New York.

Guarda il trailer ufficiale di Motherless Brooklyn

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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