Nell’Erba Alta, recensione del film tratto dal racconto di Stephen King

scritto da: Diego Battistini

C’è qualcosa di più placido di un campo di erba alta? Si tratta di un luogo solitamente contraddistinto da una moltitudine di steli sottili che dal terreno umido si ergono verso il cielo, attratti dal calore della luce solare che ne permette la crescita rigogliosa. E che dire di quando quelle foglie d’erba vengono mosse ritmicamente da un esile vento che le leviga quel poco da farle quasi parlare, facendo produrre loro un suono – quasi una melodia – tanto soave quanto pacifico e persino conciliatorio.

Eppure, a volte non tutto è quello che sembra, e anche un campo d’erba può trasformarsi in un luogo terrificante (nel mondo della fantasia, si intende), specie se a descriverlo è un maestro della letteratura horror come Stephen King (che, nel tempo, ci ha dimostrato di sapere rendere paurosa ogni cosa: un clown, una macchina, persino un gatto…). Qualche anno fa, il celebre scrittore del Maine, solitamente avvezzo a scrivere romanzi-fiume complessi da un punto di vista narrativo, scelse di affiancare il figlio Joe Hill (anche lui scrittore) nella stesura di un racconto tanto esile quanto straordinario, dal titolo Nell’Erba Alta (in Italia il racconto è stato pubblicato dall’editore Sperling & Kupfer).

Centro della vicenda è un campo dove alcuni personaggi rimangono misteriosamente intrappolati, non riuscendo, una volta entrati, ad uscirne. La sola descrizione della trama è sufficiente per capire il motivo dell’interesse del cinema nei confronti del racconto, indipendentemente dal fatto che la settima arte si sia nutrita – e continua ancora a farlo – dei libri dello scrittore (vedi il recente It – Capitolo Due). A cogliere l’opportunità in questo caso è stata Netflix, che già un paio di anni fa aveva lanciato tramite la propria piattaforma streaming altre due riduzione di libri di King: Il gioco di Gerald e 1922.

Nel caso di quest’ultima trasposizione, però, si registra forse un’ambizione un po’ più alta rispetto alle opere precedenti – con conseguente aspettativa da parte del pubblico -, perché se ridurre l’universo dello scrittore sul grande (o piccolo) schermo per produttori, sceneggiatori e registi è sempre una sfida, nel caso di Nell’erba alta si tratta di dover dare “consistenza” a un elemento – l’erba, appunto – che, nel caso specifico, non contraddistingue solo l’ambiente dove si svolge la vicenda, ma assume le fattezze di un vero e proprio personaggio (verrebbe da dire: con una sua fisicità e una sua personalità). Ad imbarcasi in questo difficile compito è stato chiamato il regista e sceneggiatore canadese (di chiare origini italiane) Vincenzo Natali, la cui fama si basa sopratutto su due film: gli inquietanti Cube – Il cubo e Splice.

Nell’Erba Alta inizia con una macchina che sfreccia lungo una tipica route statunitense che attraversa la soporifera (e disabitata) provincia americana. Alla guida del mezzo c’è Cal (Avery Whitted), mentre al suo fianco si trova la sorella Becky (Laysla De Oliveira), incinta di qualche mese. I due giovani sono diretti a San Diego e stanno fuggendo dai genitori e dal padre biologico del bimbo, Trevis (Harris Gilbertson), deciso a non riconoscerne la paternità. A seguito di una sosta forzata, i due parcheggiano nei pressi di una chiesa abbandonata che sorge in prossimità di un campo caratterizzato da un’erba molto alta. È proprio da lì che improvvisamente si erge la voce di un bambino, Tobin (Will Buie Jr.), che dice di essere entrato insieme alla famiglia, composta dal padre Ross (Patrick Wilson) e la madre Natalie (Rachel Wilson), nel campo alla ricerca del cane e che ora non riesce più ad uscire. Così Cal e Becky entrano a loro volta nel folto della vegetazione, ma si renderanno presto conto che c’è qualcosa in quel luogo che non quadra e che l’erba, forse, non è tanto innocua come sembra.

Lo si è detto anche in precedenza: adattare il racconto di King e Hill non era per niente semplice, e questo sotto diversi punti di vista. Il racconto di partenza, proprio per la sua natura letteraria, presentava una trama affascinante ma pur sempre esile e necessitava chiaramente di un rimpinguamento a livello narrativo, cosa che Natali (anche sceneggiatore) ha provveduto a fare, apparendo però più interessato a concentrarsi sull’aspetto visivo (come rendere “animata” l’erba?) e le possibili svolte narrative della vicenda che non ad approfondire psicologicamente i personaggi (aspetto che sarebbe stato utile soprattutto per dare consistenza a un’opera che rischia così di essere troppo epidermica e capace di coinvolgere lo spettatore in modo esclusivamente superficiale).

Da un punto di vista visivo, ad esempio, l’opera di Natali è – a lunghi tratti – suggestiva (anche se gli effetti CGI non sono eccezionali), dimostrando di volersi allontanare dall’estetica televisiva, alternando sapientemente movimenti di macchina complessi (talvolta un po’ fini a se stessi), l’ossessivo pedinamento dei personaggi all’interno del campo e inquadrature dall’alto che tendono a dare il senso di smarrimento progressivo dei protagonisti in quella sorta di “mare verde” che sembra letteralmente inghiottirli. Peccato che la stessa cura non si evince a livello di descrizione dei personaggi, i quali risultano un po’ troppo bidimensionali.

Hic et nunc: questo sembra essere il motto del film, più interessato quindi a registrare il susseguirsi degli eventi che non a far sì che la perdita in un campo rappresenti, per i personaggi, un momento di confronto con le proprie paure, le proprie insicurezze, e in generale su taluni aspetti che contraddistinguono le loro vite. È vero che talvolta, durante il corso della narrazione, qualche riferimento a un passato problematico (nel caso di Becky) o a un rapporto malsano tra i personaggi in scena (che legame è quello fra i fratelli Cal e Becky, e quello tra Cal e Trevis?) fanno capolino, ma è davvero troppo poco per fare del film un convincente thriller/horror dai risvolti psicologici.

Fatte queste considerazioni, come possiamo quindi giudicare, nel complesso, Nell’Erba Alta? Al di là di qualche felice intuizione (relegata comunque alla prima parte, quella più debitrice del racconto originale), e nonostante il tentativo di “complicare” la vicenda con la possibile spiegazione circa la natura “diabolica” del campo, la pellicola si arena quasi subito, soprattutto a causa di una trama che ripete costantemente se stessa nel tentativo di creare una sorta di loop (temporale e narrativo) che ha l’obiettivo di coinvolgere non solo i personaggi – ad un certo punto, la storia è come se ricominciasse dall’inizio – ma anche gli spettatori che in qualche modo sono costretti a rimanere imprigionati anch’essi in un luogo che sembra avere vita e leggi proprie.

Eppure questo espediente, sebbene in teoria apprezzabile, nella pratica risulta essere fallimentare, perché anziché acuire l’atmosfera claustrofobica e incrementare la tensione (a un certo punto per ravvivare un po’ la situazione saltano fuori pure degli strani umanoidi con il volto ricoperto d’erba, forse proiezione degli incubi della partoriente Becky), anche il film sembra – un po’ come i personaggi – non riuscire più a districarsi nel folto del campo in cui è ambienta la vicenda, risultando incapace di trovare la strada verso un finale “naturale”, e forzando molto la mano, da un punto di vista drammaturgico, per arrivare così a una conclusione sensata (nonché costruttiva) della vicenda.

Così, alla fine della visione di Nell’Erba Alta si rimane tendenzialmente insoddisfatti, e questo più che altro perché potenzialmente il film aveva tutte le carte in regola per essere un prodotto decisamente migliore (e più coinvolgente) rispetto a quello che è stato confezionato.

Guarda il trailer ufficiale di Nell’Erba Alta

Diego Battistini

Collaboratore | La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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