Pavarotti, recensione del documentario di Ron Howard

scritto da: Ludovica Ottaviani

Pavarotti è il titolo dell’atteso ritorno di Ron Howard dietro la macchina da presa. Il regista sceglie di privilegiare la narrazione dal taglio documentaristico a discapito di quella fictional alla base dei successi commerciali di pubblico e critica che hanno costellato la carriera dell’attore/regista.

Questa volta l’occhio meccanico della sua macchina da presa si concentra sulla vita e le opere del celebre tenore italiano – forse il più famoso di sempre – capace di trasformarsi in un ambasciatore d’arte agli occhi del mondo, ricambiando così quel “dono” concessogli da Dio, che a detta dello stesso tenore gli affidò in dono una voce splendida capace di spezzare il cuore, come ricordava anche la madre dell’uomo e come svela Howard dopo un minuzioso lavoro di ricerca condotto in oltre un anno (come ha raccontato durante la conferenza stampa) tra archivi privati e testimonianze.

Il documentario presentato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma e in uscita in sala come evento speciale il 28, 29 e 30 ottobre è, infatti, realizzato con filmati mai visti prima e immagini delle performance più iconiche del tenore che offrono un ritratto intimo ed emozionante dell’artista e dell’uomo, il più amato cantante d’opera di tutti i tempi con oltre 100 milioni di dischi venduti nel corso della sua carriera.

Pavarotti è l’iconico – quanto genuino – ritratto di un’icona, di un gigante gentile della lirica e dell’Opera che ha esportato il “bel canto” tutto italiano nel mondo, trasformandosi in un simbolo anche nella lotta alle ingiustizie e alle avversità che spesso perseguitano i più deboli. Pavarotti è stato uno dei nostri simboli più famosi, luminosi ed esportabili degli ultimi decenni, una “icona gentile” che dimostrava – grazie alla forza delle proprie azioni – che non sempre la popolarità planetaria comporta la perdita dell’umiltà; il tenore è riuscito a restare lontano dagli eccessi e dagli stravizi della fama, giustificando – con candore naif – le proprie azioni, le risate da “monello”, gli scherzi ma soprattutto le proprie scelte non sempre apprezzate dal pubblico quanto dalla critica e, di conseguenza, oggetto di polemiche.

Il divorzio; l’apertura della lirica alle contaminazioni con il pop e il rock; le amicizie influenti sono tutti elementi che, prima ancora di spingerci a riflettere sull’uomo e sull’artista, ci fanno riflettere sul “come eravamo”, sulle reazioni che l’Italia – ma, a livello più ampio, il mondo – ha avuto di fronte al coraggio sfrontato di quest’uomo. Il documentario in sé è una splendida carrellata di immagini di repertorio, registrazioni, esibizioni live più o meno note intervallate da testimonianze dirette dei cari: mogli, ex mogli, amanti, figlie, collaboratori, amici più o meno famosi; tutti sono intervenuti per riportare in vita – almeno per il tempo di un documentario – questo grandissimo professionista scomparso prematuramente nel 2007.

Howard sembra farsi da parte, evitando qualunque tipo d’intervento nella narrazione. A parlare in prima persona sono le azioni e i gesti del tenore: nessun trucco, nessun artifizio tipico della settima arte sembra pronto a “contaminare” la straordinaria vitalità di un’avventura vissuta fino in fondo, in ogni singola fibra del suo essere; se non quindi dal punto di vista strettamente tecnico, la grandezza del documentario sta nel trovare – come punto di raccordo logico privilegiato – le arie d’Opera, studiate e mai lasciate al caso, pronte a ricostruire un ideale percorso tra i corridoi del palazzo della memoria.

Howard sceglie le arie non a caso, ma rapportandosi in base ai momenti salienti della vita del tenore e all’alta dose di emotività che esse celano: come la punta di un iceberg, si svela come dietro ogni Do di petto ci sia una storia, spesso allegra, ancora più spesso dolorosa; non si tratta semplicemente di tecnica o di talento, bensì di cuore. Attraverso Pavarotti il regista sembra quasi voler dimostrare come alla fine si tratti sempre di una questione di cuore: sia esso allegro, spezzato, in affanno o baldanzoso, ma la sfera artistica non può prescindere da quella emotiva, perché solo grazie al “fattore umano” anche l’arte sembra acquistare autenticità, aspirando così a un livello superiore di consapevolezza.

Guarda il trailer ufficiale di Pavarotti

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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