Richard Jewell, recensione del film di Clint Eastwood

scritto da: Stefano Terracina

Dopo Sully e Ore 15:17 – Attacco al treno, l’instancabile Clint Eastwood torna a raccontare l’America setacciata non attraverso il racconto di finzione ma ancora una volta tramite la cronaca, i fatti come sono realmente accaduti. Al centro della sua ultima fatica, il Richard Jewell del titolo, ex poliziotto statunitense deceduto nel 2007 che nel 1996, mentre lavorava come guardia di sicurezza in occasione delle Olimpiadi estive ad Atlanta (in Georgia), riferisce di aver trovato il dispositivo dell’attentato dinamitardo durante la manifestazione sportiva.

Siamo nel luglio del 1996 quando, durante i Giochi Olimpici estivi di Atlanta, Richard Jewell, guardia di sicurezza all’epoca dei fatti, scopre uno zaino sospetto nascosto sotto una panchina, con all’interno un ordigno esplosivo. L’intervento tempestivo di Jewell – che riduce al minimo le potenziali lesioni e salva numerose vite – trasforma in breve tempo l’uomo in un vero e proprio eroe nazionale. A pochi giorno dal tragico evento, però, la vita di Richard – che aveva sempre sognato di diventare un membro delle forze dell’ordine – viene completamente stravolta quando diventa il sospettato numero uno dell’FBI riguardo l’esplosione. Calunniato dall’opinione pubblica, vedrà la sua vita andare lentamente in frantumi.

Alla veneranda età di 90 anni, Clint Eastwood è ancora in grado di raccontare grandi storie – appassionate e appassionanti – che siano in grado di mescolare la realtà sconvolgente relativa al fatto di cronaca con la suspense tipica del thriller e con le emozioni viscerali che solo il cinema è in grado di regalare. Ispirandosi all’articolo “American Nightmare: The Ballad of Richard Jewell” di Marie Brenner, con il suo ultimo film Eastwood definisce i contorni, tanto seducenti quanto angusti ed inquietanti, di un autentico “incubo americano”: a causa di un atto totalmente disinteressato, volto esclusivamente ad evitare la tragedia e salvare la vita di tante persone innocenti, per 88 lunghi ed estenuanti giorni Richard Jewell ha visto un’esistenza fragile e solitaria, fatta di sogni all’apparenza irrealizzabili, di attenzione e parole di conforto da parte di una madre forse troppo amorevole e di cibo spazzatura utile a colmare ogni vuoto interiore, lanciata in pasto all’opinione pubblica a causa di un’indagine pressante da parte dell’FBI.

Da uomo comune, persona qualunque, ad eroe nazionale che aveva soltanto fatto il suo lavoro, Richard si è improvvisamente ritrovato a dover far i conti non più soltanto con se stesso, con i suoi desideri, con la sua solitudine, con le sue paure, con i suoi chili di troppo, ma con il mondo intero, con i media e con le forze dell’ordine che tanto idolatrava, con il giudizio inesorabile e spietato della gente, subito pronta a puntare il dito per mettere a tacere quel bisogno irrefrenabile di trovare a tutti i costi un colpevole.

Richard Jewell è, da un lato, l’incredibile cronistoria di un uomo che aspirava a diventare un poliziotto e che per aver fatto un gesto tanto nobile quanto eroico ha dovuto pagare un prezzo troppo alto; dall’altro, è la testimonianza di come certi temi che Eastwood ha sempre approfondito nella sua carriera – la giustizia, le dinamiche di potere all’interno forze dell’ordine americane, gli uomini comuni al centro di circostanze straordinarie – possano essere ancora funzionali alla costruzione di un tipo di racconto asciutto, bilanciato, teso e naturalmente emozionante, con momenti di brutale ironia e risate di gusto disseminati qua e là (com’è nello stile dell’icona americana).

Al di là della storia vera, della ricostruzione dell’epopea di un uomo vittima della sua stessa ingenuità che per troppo tempo non si è reso conto che in realtà doveva difendersi proprio da chi credeva lo avrebbe protetto ciecamente, ciò che riesce a toccare le corde più profonde dello spettatore è il modo in cui la sceneggiatura – opera di Billy Ray – riesce non solo a sviscerare i dettagli di un’inchiesta assurda e il modo inconcepibile in cui Richard è stato trattato, ma anche a tratteggiare con sorprendente tenerezza i rapporti tra Jewell e le uniche due persone che credono nella sua innocenza: sua madre Bobi e il suo avvocato Watson Bryant.

Paul Walter Hauser – volto poco noto al pubblico italiano, come forse è poco nota nel nostro Paese la vicenda che ha visto protagonista Jewell – incarna alla perfezione quell’ingenuità tipica dei bambini che spinge Richard a riporre fiducia nei suoi accusatori, catturandone con disinvoltura lo spirito da “gigante buono” e tratteggiando sullo schermo un uomo ingenuo, riservato, modesto, gentile, a cui è stata sconvolta l’esistenza: nonostante le circostanze tragiche, Richard non ha mai smesso di credere nel sistema, semplicemente perché certo della sua innocenza. Brillano al fianco di Hauser due ineccepibili comprimari: Sam Rockwell nei panni del suscettibile e testardo Watson Bryant (più di un avvocato, ma archetipo di figura paterna o di fratello maggiore) e Kathy Bates in quelli dell’affettuosa e premurosa Bobi (la madre che tutti vorremmo, da sempre orgogliosa di suo figlio, incapace di vederlo giudicato e odiato dall’America intera).

Con Richard Jewell, Clint Eastwood non celebra soltanto la storia di un uomo molto dolce e un po’ strano che per colpa del suo aspetto e del suo modo di apparire dall’esterno è stato perseguitato in tutti i modi, stroncato in una manciata di secondi da una conclusione azzardata; con il suo tocco essenziale, senza mai esporre con insistenza o vanto, rende anche omaggio a tutte quelle vittime di una società che rispetto a quella di vent’anni fa non sembra essere tanto cambiata: una società così veloce nel formulare ipotesi e giudizi, che non guarda mai l’anima e il cuore delle persone, pronta ad innalzarti come eroe con la stessa rapidità con la quale sarebbe pronta a gettare il tuo nome nel fango.

Guarda il trailer ufficiale di Richard Jewell

Stefano Terracina

Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


Siti Web Roma