Ride, recensione dell’esordio alla regia di Valerio Mastandrea

scritto da: Stefano Terracina

Valerio Mastandrea ha sempre avuto qualcosa da dire sul mondo e sulle sue contraddizioni. Lo ha fatto per anni attraverso le grandi interpretazioni che lo hanno consacrato come uno dei migliori attori dell’odierno panorama cinematografico italiano, e adesso lo fa – per la prima volta – dietro la macchina da presa.

Arriva nelle sale dal 29 novembre Ride, il suo debutto alla regia di un lungometraggio con il quale l’attore romano si interroga sull’elaborazione del lutto in una società divenuta ormai un giudice spietato che si sente in diritto e in dovere di sentenziare su come un dolore personalissimo debba essere esternato ancor prima di essere vissuto e affrontato.

Il film racconta la storia di Carolina, rimasta sola con un figlio di dieci anni dopo la morte del suo compagno Mauro, operaio ucciso in una fabbrica della provincia romana dove hanno transitato almeno tre generazioni. All’indomani della commemorazione collettiva che ha coinvolto giornalisti provenienti da tutta Italia, Carolina fatica a sprofondare nella disperazione per la perdita dell’amore della sua vita, ma al tempo stesso non vuole negare al mondo quello che tutti si aspettano: una giovane vedova devastata dal dolore.

Ride di Valerio Mastandrea dal 29 novembre al cinema

Valerio Mastandrea esordisce alla regia con una pellicola essenziale nella messa in scena che veicola in maniera leggera, sfacciatamente ironica e cinica, un messaggio che attraverso i tormenti della sua protagonista si fa portavoce di un’universalità sconcertante: quanto accade a Carolina è ciò che potrebbe essere vissuto da qualsiasi spettatore, posto sotto l’occhio di bue di quanti si aspetterebbero di vedere una persona dilaniata dal dolore in seguito ad una tragica perdita.

Ma chi stabilisce che ciò che sentiamo è giusto o sbagliato? Chi decide come vivere e manifestare i propri sentimenti, specie quando ci si trova ad affrontare la morte, il più grande mistero dell’universo? Nessuno! E Mastandrea ne è teneramente consapevole, come dimostra la bellissima sequenza metaforica in cui Carolina diventa finalmente quello che gli altri vogliono, seppur nell’intimità delle mura della sua abitazione: la giovane vedova devastata dal dolore, dimostrando come solo il tempo può suggerirci che è arrivato il momento di abbandonarsi alle emozioni, positive o negative che siano. 

Come in una sorta di piccolo e provinciale teatro degli orrori, Carolina (una lunatica e apparentemente glaciale Chiara Martegiani) subisce passivamente l’indignazione di parenti, amici e vicini di casa che si alternano nel farle visita, prigioniera di una giostra subdola e ricattatoria dalla quale sembra impossibile scendere. Perché oggi stare male per qualcosa di vero è diventanto estremamente complicato, riflessione che Mastandrea veicola con estrema intelligenza attraverso i bellissimi dialoghi che intercorrono tra la donna e suo figlio (un giovanissimo e sorprendente Arturo Marchetti).

Nonostante la tragicità degli eventi narrati, la narrazione scorre fluida – anche se a tratti ridondante – quando il centro nevralgico diventano Carolina e il suo diritto al dolore (quel dolore che la donna non riesce ad esternare e che la società pretende diventi pubblicamente noto, secondo i dettami di una fantomatica legge morale votata alla condivisione di tutto, persino dei sentimenti piu intimi), mentre si appesantisce tangibilmente quando il fatto di cronaca – la morte sul posto di lavoro – si insinua parallelamente e in maniera a tratti straziante attraverso la storia di Cesare (Renato Carpentieri) e Nicola (Stefano Dionisi), rispettivamente padre e fratello di Mauro.

Presentato in anteprima alla 36esima edizione del Torino Film Festival, Ride (qui il trailer ufficiale) è uno speccato onesto e sincero di quella che è diventata la nostra società e degli individui che la abitano. In un momento storico in cui sembra che anche per stare male bisogna chiedere il permesso, l’esordio alla regia di Mastandrea si erge a rappresentazione sana ed autentica della verità come garante del rapporto intimo che ognuno di noi dovrebbe avere con il dolore, che è solo nostro e di nessun altro, e che dovrebbe tener sempre presente quel limite ormai non più invalicabile che esiste tra pubblico e privato.

Stefano Terracina

Direttore responsabile e editoriale | Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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