Scary Stories to Tell in the Dark, recensione dell’horror di André Øvredal

scritto da: Stefano Terracina

Le storie hanno la capacità di cambiare davvero le persone. Sono in grado di definire il nostro percorso e di forgiare il nostro carattere sulla base di avvenimenti più o meno dolorosi. Le storie feriscono e guariscono. Da questa premessa estremamente intrigante prende le fila Scary Stories to Tell in the Dark, ultima fatica del regista norvegese André Øvredal, presentata nella selezione ufficiale della 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma e in arrivo nelle sale italiane dal prossimo 24 ottobre, giusto in tempo per Halloween.

In effeti, la pellicola di Øvredal – prodotta da uno che di mostri se ne intende, Guillermo del Toro – sembra prestarsi in maniera assolutamente perfetta alla fruizione da parte di un pubblico senza troppe pretese o aspettative che, soprattutto nelle celebre “notte delle streghe”, come il più antico dei rituali, ama trascorrere la serata al buio della sala cinematografica, sperando di lasciarsi coinvolgere e spaventare da una storia che sia in grado di racchiudere al suo interno gli elementi tipici del classico prodotto horror mainstream.

Scary Stories to Tell in the Dark, basato sull’omonima serie di libri per ragazzi scritta da Alvin Schwartz tra il 1981 e il 1991, risponde a questa frivola e goliardica esigenza configurandosi come un prodotto che sfortunatamente ha davvero poco da offrire allo spettatore. Il limite più grande del film risiede indubbiamente nell’immaginario che Øvredal ha deciso di ricreare: nonostante la pellicola sia ambientata nel 1968, sono le atmosfere del cinema horror tipico degli anni ’80 a trasudare ingenuamente ad ogni singolo fotogramma, creando un effetto straniante che destabilizza chi osserva, minando già in partenza la coesione dell’intera opera.

La sceneggiatura ripropone uno schema narrativo che troppe volte – soprattutto negli ultimi anni – ha invaso non solo il grande schermo, ma anche il mondo della televisione, dagli adattamenti campioni d’incassi del romanzo IT di Stephen King al fenomeno Stranger Things. La storia si concentra su un gruppo di ragazzini impegnati nella risoluzione di un oscuro mistero, mentre iniziano a fare i conti con i primi traumi della vita. Attraverso la forza della loro unione proveranno ad affrontare le loro paure più grandi; peccato che le loro caratteristiche e le situazioni in cui si ritrovano coinvolti li rendano degli insopportabili prototipi e non dei personaggi dotati di uno sviluppo funzionale ed appassionante.

L’idea alla base del film, ossia che le storie abbiano davvero un potere intrinseco in grado di definirci come esseri umani, viene bistrattata da una sequela di avvenimenti prevedibili e banali dove Øvredal fa un uso telefonato e ovvio della tecnica del jumpscare. L’assunto del film avrebbe meritato la realizzazione di un prodotto decisamente più maturo e profondo, in grado di fondere la drammaticità del reale con le angosce e le inquietudini derivanti dal potere sconcertante della paura; e invece sembra di assistere ad una versione goffa e legnosa di uno dei racconti della serie “Piccoli Brividi” di R.L. Stine, con diversi momenti che risultano involontariamente comici. Per non parlare della messa in evidenza del contesto socio-culturale dell’epoca in cui si svolgono i fatti – di fatto mai realmente approfondito -, che appare totalmente ingiustificata, rendendo il film ancora più farraginoso e confuso.

Senza mai sfruttare realmente il suo sconfinato potenziale (essendo il materiale di partenza basato su leggende metropolitana e sul folklore americano), Scary Stories to Tell in the Dark si adagia sugli allori cadendo vittima di innumerevoli cliché e risultando scontato e prevedibile. Un film che difficilmente riuscirà a spaventare o a colpire lo spettatore più avvezzo al genere, ma che probabilmente piacerà ad un pubblico più giovane e non particolarmente esigente, al quale la pellicola di Øvredal sembra essere esplicitamente indirizzata.

Guarda il trailer di Scary Stories to Tell in the Dark

Stefano Terracina

Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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