Stanlio e Ollio, recensione del biopic con Steve Coogan e John C. Reilly

scritto da: Ludovica Ottaviani

Stanlio e Ollio è il film di John S. Baird – presentato in anteprima a RomaFF13 e in uscita oggi 1 maggio nelle sale italiane – che riporta in vita, sul grande schermo, il mito eterno della coppia comica costituito da Stan Laurel e Oliver Hardy, gli Stanlio e Ollio che ancora vediamo sui nostri schermi tv.

Nel film, Baird segue il duo nell’Inghilterra del 1953, dove vivono un momento d’oro e decidono di partire per una gloriosa tournée. Sono i comici più amati al mondo e il loro futuro sembra ancora riservargli ricchezze e successi. Ma dopo questa gloriosa fase, i due iniziano a percorrere un percorso calante, con esibizioni seguite da un pubblico ristretto. Il legame che unisce Stan e Oliver, nonostante il tempo e le vicissitudini, riesce comunque a rimanere saldo e a superare il periodo critico, portandoli verso nuovi successi nonostante la vacillante salute di Hardy.

Stanlio e Ollio (qui il trailer italiano ufficiale) si basa sulle solide spalle dei suoi protagonisti, Steve Coogan e John C. Reilly, capaci di prestare voce, anima, volto e corpo ai due comici tentando uno straniante esperimento fortunatamente dall’esito felice, che va oltre la semplice riproduzione macchiettistica giocando, piuttosto, sul filo delle emozioni trattenute.

Stanlio e Ollio, biopic con Steve Coogan e John C. Reilly, dal 1 maggio al cinema

Vediamo molto degli sketch slapstick dei due comici sullo schermo, ma il lavoro condotto dagli attori procede per sottrazione: dietro le smorfie buffe e le gag fisiche si cela il mondo malinconico di due uomini sulla sessantina che sentono di essere arrivati a un bivio definitivo, quello tra la vita e la morte: l’unico modo che hanno per esorcizzarlo è attraverso la loro arte e il loro speciale talento, continuando quindi a fare ciò che hanno sempre fatto, ovvero recitare.

Stanlio e Ollio cerca di portare dietro le maschere di Laurel e Hardy, per conoscere gli uomini che si celavano dietro le loro ombre: uno più interessato a mediare e a piacere agli altri, da buon attore; l’altro invece un vulcano creativo soprattutto dietro la macchina da scrivere. Due anime diverse ma complementari, inscindibili, come spesso capita a molte coppie – comiche e non solo – che si uniscono per lavoro e finiscono per sviluppare un rapporto d’amicizia talmente forte da attraversare il tempo.

L’amicizia però spesso non basta ad affrontare le difficoltà della vita, per non parlare di quelle lavorative: quando si mescolano affari e relazioni umani, non sempre l’esito è necessariamente felice. E questo viene mostrato nel film da Baird, la difficoltà a superare attriti sopiti e vecchi rancori in nome di un bene superiore, l’amicizia, che nutre gli animi nobilitando anche l’arte, che da mero lavoro si trasforma in vocazione, dono.

Come era un dono, nonostante tutto, la verve comica che legava i due: la capacità di far ridere e intrattenere il pubblico, perfino in un periodo – quello antecedente la Seconda Guerra Mondiale – dove un tragico vento iniziava a soffiare dall’Europa, sconvolgendo il mondo intero.

A livello narrativo la scelta di selezionare un arco temporale ben preciso – quel melanconico frammento degli anni ’50 – rappresenta un’inversione di marcia dal tracciato del comune biopic; i flashback concentrati soprattutto all’inizio permettono di creare le premesse drammatiche necessarie per la costruzione del racconto e rendono ancora più forte il crescente contrasto umano tra Laurel e Hardy, che cresce man mano che scorrono i minuti, raggiungendo un climax e un repentino anti-climax vorticoso grazie anche ai colpi di scena che si susseguono.

Nonostante le premesse emotive e morali del film però, Baird davanti al suo film forse più mainstream sembra perdere quel tocco fantasioso e fuori dagli schemi che ha sempre caratterizzato il suo stile, come ha dimostrato in film come Filth, ad esempio. La regia diventa funzionale per raccontare il mito (umano) di Stanlio e Ollio e veicolarlo verso il maggior numero di persone possibili, realizzando un film a suo modo tradizionale e rassicurante per tutti.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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