Suspiria, recensione del film di Luca Guadagnino con Dakota Johnson e Tilda Swinton

scritto da: Stefano Terracina

Luca Guadagnino ha dichiarato: “L’arte umana non si basa sull’invenzione dell’originalità, ma sul trovare un nuovo punto di vista”. Con Suspiria, il regista dell’acclamato Chiamami Col Tuo Nome è riuscito a fare proprio questo: riportare sul grande schermo un immaginario ancora oggi scolpito nella mente degli spettatori, senza in alcun modo snaturarlo, ma piuttosto rielaborandolo.

La storia del Suspiria di Guadagnino si sposta da Friburgo a Berlino ed è ambientata nel 1977, l’anno in cui è uscito il capolavoro firmato da Dario Argento. L’aspirante ballerina americana Susie Bannion (Dakota Johnson) si trasferisce nella capitale tedesca per entrare a far parte della prestigiosa compagnia di ballo Markos Tanz Company.

La giovane entra subito nelle grazie della coreografa Madame Blanc (Tilda Swinton), riuscendo a perfezionarsi sotto la sua guida. Ben presto Susie inizierà a condividere con l’amica Sara (Mia Goth) alcuni sospetti sulla direttrice e sull’intero istituto, soprattutto in seguito alla misteriosa scomparsa di Patricia (Chloë Grace Moretz), l’ultima allieva arrivata nella scuola.

suspiria

Suspiria di Luca Guadagnino dal 1 gennaio al cinema

Quello di Guadagnino è un personalissmo atto d’amore nei confronti del cinema e dell’opera originale realizzata da Argento, ma è anche un omaggio estremo e radicale alle due vere protagoniste del film: la figura femminile e la danza. Il movimento dei corpi delle ballerine soggiogate alla volontà della carismatica e sediziosa Madame Blanc diventa un mezzo espressivo prepotentemente centrale che serve al regista, allo sceneggiatore David Kajganich e al compositore Thomas Yorke (leader dei Radiohead) per enfatizzare l’esperienza trascendentale della quale è vittima non solo Susie, ma anche lo spettatore, estasiato e disturbato dalla sequela di visioni orrorifiche e scene raccapriccianti che compongono il grande incubo estetizzante messo in scena da Guadagnino.

In una Berlino cupa e desolante, resa ancora più tenebrosa dai colori desaturati della fotografia del tailandese Sayombhu Mukdeeprom (già dietro le folgoranti immagini di Chiamami Col Tuo Nome), Guadagnino ambienta il suo “teatro degli orrori”, orrori che non si perpetuano soltanto all’interno del lugubre edificio Tanz, scenario delle nefandezze di Madame Blanc e della sua congrega, ma anche all’esterno, in un periodo di massima violenza per la capitale tedesca, successivo alla nascita dei gruppi terroristici di estrema sinistra dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Non a caso – quindi – il regista sceglie di ambientare il suo Suspiria sul finire degli anni ’70, in un periodo significativo non solo per la profonda crisi sociopolitica della Germania (scandagliata principalmente attraverso l’introduzione della misteriosa figura del Dr. Jozef Klemperer), ma anche e soprattutto dal punto di vista della rivoluzione femminile; rivoluzione che si attua anche tra le mura della Tanz e di cui le streghe capitanate da Blanc sembrano essere le più agguerrite fautrici, soprattutto in virtù dell’importanza che viene attribuita al concetto di “maternità” e al potere che la figura della “Madre” assume in termini di insostituibilità.

Riuscire ad inquadrare Suspiria (qui il trailer italiano ufficiale) in un genere cinematografico preciso è un’impresa piuttosto ardua, ma a Gudagnino il bisogno impetuoso di necessaria (e fastidiosa) etichettizzazione non interessa per nulla. L’interno del regista, che non concepisce un horror classico, così come non realizza un dramma in senso canonico, è quello di dimostrare che le profondità della creazione e della visione artistica non conoscono limiti.

È innegabile che, al pari di altri titoli della filmografia di Guadagnino che in passato hanno già ampiamente diviso pubblico e critica, Suspiria – presentato in concorso a Venezia 75 – si appresti a fare lo stesso. Per lo spettatore disposto ad interrogarsi sulle diverse declinazioni del Male (umano o prodigioso che sia) e sull’oscurità (potenziale o innata) che alberga in ognuno di noi, sarà certamente un’esperienza cinematografica unica nel suo genere.

Stefano Terracina

Direttore responsabile e editoriale | Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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