Ted Bundy – Fascino Criminale, recensione del film con Zac Efron

scritto da: Ludovica Ottaviani

Ted Bundy – Fascino Criminale è il film diretto da Joe Berlinger (con alle spalle una lunga esperienza nell’ambito del documentario) che vede protagonisti – in alcuni casi in ruoli inediti per le loro filmografie – attori come Zac Efron, Lily Collins, Jim Parsons, Kaya Scodelario, Haley Joel Osment e John Malkovich.

Il film racconta la storia del serial killer Ted Bundy (Efron) dalla prospettiva della fidanzata Liz (Collins), a lungo ignara della vera natura del suo compagno. Ted è un ragazzo bello, intelligente, carismatico e affettuoso, mentre Liz è una ragazza madre, attenta e innamorata. Una normale coppia felice, a cui in apparenza non manca nulla. Quando Ted viene arrestato e accusato di una serie di efferati omicidi, Liz viene messa a dura prova: chi è davvero l’uomo con cui condivide tutta la sua vita? Mano a mano che i particolari vengono a galla capirà che Ted non è vittima di un grande equivoco, ma bensì il vero colpevole.

Ted Bundy – Fascino Criminale (qui il trailer italiano ufficiale) deve molto, nelle intenzioni, al suo titolo originale: Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile. Per raccontare la storia di uno dei serial killer più pericolosi e conturbanti d’America, Berlinger sceglie di partire dall’adattamento del romanzo autobiografico di Elizabeth Kendall “The Phantom Prince: My Life With Ted Bundy”, nel quale la donna racconta della propria controversa relazione con Bundy che si sviluppò durante il lunghissimo processo trasformato in un circo mediatico vista l’attenzione della stampa.

Ted Bundy – Fascino Criminale con Zac Efron dal 9 maggio nelle sale

Nonostante il romanzo sia scritto dalla Kendall, Berlinger e lo sceneggiatore Michael Werwie scelgono di condividere il punto di vista di Liz, “l’unica donna” veramente amata da Bundy; espediente narrativo affascinante quanto rischioso, perché permette allo spettatore di restare sul filo della verità quasi fino all’abbondante metà del film, insinuando dubbi sottili soprattutto in tutti coloro che non ricordano, o non conoscono troppo bene, gli atti processuali e le loro conseguenze.

Questa scelta comporta, però, allo stesso tempo una posta troppo alta: il film rischia di dipingere Bundy come una sorta di innocente perseguitato dalla legge, un “martire mediatico” più che come un furbo e scaltro manipolatore senza scrupoli. Di sicuro Berlinger e Werwie si sono affidati al potere della verità e della cronaca stessa, che ancora risuona con forza negli Stati Uniti nonostante siano passati più di trent’anni dalla morte del serial killer.

A parte queste debolezze controverse, Ted Bundy – Fascino Criminale può contare su una ricostruzione impeccabile che si affida alle immagini del processo ricostruendolo frammento dopo frammento, flirtando con la Storia, con la cronaca e con i generi per realizzare un’istantanea conturbante di un periodo compreso tra il 1969 e il 1989. Il gioco tra i generi si manifesta soprattutto sul piano delle inquadrature, delle scelte registiche raffinate compiute da Berlinger, che sceglie di non riprendere le situazioni con svogliata sciatteria, quanto di scrivere la narrazione sul piano dell’inquadratura.

Il risultato contribuisce non solo a rendere ancor più affascinante il film, traghettando lo spettatore nel cuore stesso della storia, ma a far risaltare la preziosità delle interpretazioni. Non sono solo i singoli interpreti a brillare, ma le loro performance recitative permettono di creare un ensemble armonico dove tutti sono impegnati a restituire dignità alla verità e alle vittime della banalità del male.

Su tutti, ovviamente, svetta Zac Efron nei panni proprio di Ted Bundy: abbandonato il caschetto d’oro che ha segnato la sua fortuna, le atmosfere zuccherose da “casa Disney” o quelle leggere da commedia, lo ritroviamo qui più maturo, più uomo, al crocevia con un’interpretazione segnante che lascerà un solco nella sua carriera.

Il Bundy di Efron conserva il fascino perverso e ammaliante dell’originale, inclusa quella capacità di sedurre e manipolare per i propri scopi; in più, l’interpretazione dell’attore conferisce una vulnerabilità e un’innocenza talmente distopiche da risultare ancora più deflagranti nel momento dell’agnizione finale, quando perfino la finta verità creata dall’uomo si sgretola lasciando fluire la natura della propria malvagità.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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