The Irishman, recensione del nuovo film di Martin Scorsese

scritto da: Ludovica Ottaviani

Martin Scorsese è tornato. E lo dimostra con The Irishman, la sua ultima fatica cinematografica nata sotto l’egida di Netflix e che riunisce ancora una volta, sul grande schermo, un cast stellare con protagonisti Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Anna Paquin, Bobby Cannavale, Ray Romano e Jack Huston (tra i tanti). Un’istantanea di gruppo che immortala amici, collaboratori abituali ma prima ancora dei giganti della recitazione e delle pietre miliari del cinema anni ’70, riuniti di nuovo davanti alla macchina da presa per realizzare lo struggente “canto del cigno” di un’epoca (e di un’epopea).

Scorsese racconta la saga della criminalità organizzata italiana nell’America del secondo dopoguerra: la storia è raccontata attraverso gli occhi di Frank Sheeran (De Niro) detto “L’Irlandese”, veterano del secondo conflitto mondiale, imbroglione e sicario coinvolto nei loschi crimini (e misfatti) delle famiglie mafiose più influenti del XX secolo; tra questi, svetta la misteriosa scomparsa del leggendario sindacalista Jimmy Hoffa (Pacino), implicato di riflesso nelle contorte trame dei meccanismi interni al crimine organizzato, tra segreti, bugie ed omicidi.

The Irishman “profuma” di Hollywood: il film, presentato a RomaFF14, pur avendo una produzione Netflix alle spalle nasce palesemente destinato alla sala, predestinato a condividere quel respiro, la sospensione dell’incredulità nella quale si ritrovano immersi gli spettatori. La messinscena suntuosa, i movimenti di macchina eredi della controcultura seventies, l’uso – e la concezione – del montaggio ci ricordano subito che dietro l’occhio meccanico che spia i protagonisti c’è Martin Scorsese, la stessa mente creativa dietro successi come Quei Bravi Ragazzi e Casinò.

Due titoli citati non a caso, perché insieme a The Irishman possono costituire una trilogia ideale all’interno della filmografia del regista incentrata sull’analisi – spesso lucida e spietata – dell’ascesa e caduta della malavita sullo sfondo della storia americana, a partire dal secondo dopoguerra fino a oggi; gangster più o meno famosi, personaggi ambiziosi e arrivisti pronti a tutto pur di raggiungere i propri obbiettivi, donne altrettanto avide e fatali, grandi famiglie criminali: sono questi alcuni dei protagonisti dei grandi affreschi che Scorsese ha dipinto nel corso degli anni, come in una serie di istantanee incalzanti e dal ritmo forsennato.

Ritmo, perché Scorsese ha sempre scandito il susseguirsi delle azioni dei suoi film attraverso le sonorità più disparate, dal rock contemporaneo – in Quei Bravi Ragazzi compaiono Rolling Stones, Cream, Derek and the Dominos e Sex Pistols – alle colonne sonore del tempo, tra crooner, gruppi femminili, bluesman, voci morbide, chitarre distorte alla Santo e Johnny. Tutto fondamentale per trascinare lo spettatore nelle contraddizioni e nelle idiosincrasie storiche dell’America, perché The Irishman è prima di tutto il racconto incalzante di un’epopea; l’epopea epica, malinconica e sanguinaria di uno spaccato di (mala)vita, dai primi anni ’60 fino a oggi.

Per la prima volta Scorsese decide di abbandonarsi alla malinconia, firmando con mano salda e stile inconfondibile – tra movimenti di macchina, piani sequenza e primi piani – il “canto del cigno” di un’epoca, di un periodo apparentemente lontano, distante e distinto nel tempo, letto attraverso gli occhi di un “inner outsider” di lusso come Sheeran, irlandese accolto alla corte degli italoamericani più potenti della storia del crimine organizzato.

Tra famiglie mafiose, criminali, sindacalisti ruggenti e politici, i “piccoli affari sporchi” finiscono per intersecarsi con la Storia, mescolando le proprie carte ed eleggendo, appunto, Frank come protagonista ideale di ascese fulminanti e repentine cadute, che si trasformano in malinconici addii con lo sfumare del tempo: qui, per la prima volta, Scorsese rallenta il ritmo abbandonandosi alla malinconia, alla riflessione struggente e aspra sullo scorrere degli anni e sul peso delle conseguenze delle nostre azioni. Il senso di colpa diventa un’ombra sempre più ingombrante, un peso opprimente che ridimensiona l’epicità distorta dei fatti, ridimensionandoli e lasciandoli al giudizio degli anni e delle coscienze; e il tempo finisce per rimarcare il confine della memoria, dimostrando come tutto può essere sgretolato dal suo imperioso incedere.

The Irishman è un film crepuscolare, capace di mescolare i toni maschili da gangster movie con la malinconia struggente dell’intimità e con il peso dei sensi di colpa che invecchiano, come i personaggi. E a tal proposito, una perla che arricchisce la suntuosità dell’affresco di Scorsese è il sapiente uso della CGI che ci restituisce i vari De Niro, Pacino e Pesci giovani – come una macchina del tempo – conseganandoli ufficialmente all’immortalità della settima arte.

Mortalità ed immortalità: due parole, due facce della stessa medaglia (e della umana condizione), due temi in costante dialogo tra loro che fanno da colonna portante a The Irishman. Questo perché la malinconia struggente sottesa al film (quella che celebra la fine di un’epoca) cambia forma in modo repentino smussando i propri angoli, diventando “confortevole” – parola dello stesso Scorsese – nel momento in cui si ritrova a confrontarsi con il concetto stesso di mortalità. L’idea della caducità dell’esistenza livella il peso di tutte le azioni compiute: solo davanti a tale scenario le azioni criminali compiute da Frank si svuotano di peso e di senso, con l’oblio che cancella il ricordo lasciando il passo al perdono e alla riflessione. Questi sono concetti che sfiorano la sfera del divino e del trascendentale e che trovano spazio, forse per la prima volta, nel cinema di uno dei più grandi maestri dell’arte che ha rivoluzionato la percezione stessa del ‘900.

Guarda il trailer ufficiale di The Irishman

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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