Tornare, recensione del nuovo film di Cristina Comencini con Giovanna Mezzogiorno

scritto da: Ludovica Ottaviani

Tornare è il nuovo film di Cristina Comencini che ritrova, a distanza di anni dall’ultimo La Bestia nel Cuore, l’attrice Giovanna Mezzogiorno, alla quale affianca gli attori Vincenzo Amato, Beatrice Grannò, Clelia Rossi Marcelli, Marco Valerio Montesano, Alessandro Acampora e Trevor White. Film di chiusura della 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma, rappresenta l’opera più intima e personale della regista Comencini (come ha confermato lei stessa durante la conferenza stampa), grazie soprattutto alla drammatica storia narrata sul grande schermo nella quale passato, memoria e fantasmi s’intrecciano in modo inscindibile tra loro.

Napoli, anni Novanta. Alice, quarant’anni, rientra dall’America dopo una lunga assenza. È morto suo padre, e la donna decide di fermarsi nella casa di famiglia ormai disabitata: con la sorella ha deciso di venderla e occorre svuotarla degli oggetti di una vita, anzi, di tante vite. Ma inaspettatamente Alice scopre che qualcun altro abita quella casa, una presenza con la quale inizia un intenso dialogo, lo stesso che sembra condurla tra le braccia di Marc, un uomo affascinante conosciuto durante la commemorazione di suo padre dal quale sembra attratta. Per Alice si schiude un mondo nuovo, intrigante e pericoloso, che apre squarci sul suo passato e sulla sua esistenza.

Tornare ha già in sé un titolo evocativo quanto vago: cosa s’intende con questo verbo? Dove si torna, ma soprattutto chi tornerà in quale luogo fisico oppure semplicemente della memoria? Sembrano domande calcolate, perché la Comencini cerca di rispondere ad ogni punto nei 107 minuti del film. La Mezzogiorno, avvolta da una fotografia livida e malinconica, è una donna palesemente incastrata in un non luogo che le nega il concetto stesso di vita: come i protagonisti del racconto “The Dead” di James Joyce, si aggira come uno spettro su una terra che non le appartiene, che non riconosce più e dalla quale (forse) ha preso le distanze in tempi non sospetti.

Il film è un puzzle della memoria, dove scena dopo scena si cerca di far quadrare ogni tassello per ricostruire il dramma nascosto dietro la non-vita malinconica di Alice (Mezzogiorno): un intento di partenza accattivante, come pure la scelta di mettere la versione adulta della donna di fronte ai lucidi fantasmi del proprio passato, fantasmi con i quali può interagire e dialogare, rendendo i confini temporali fluidi e sfumati.

Ma le premesse accattivanti di Tornare si stemperano, purtroppo, in una resa non all’altezza delle aspettative: questa versione italiana e moderna de Il Posto delle Fragole di Bergman finisce per trasformarsi in una lunghissima seduta di psicanalisi, dove lo spettatore fruga impotente nella mente della protagonista alla ricerca dei ricordi perduti. Il tema del dolore, l’orribile segreto che ha costretto Alice a scappare dalla propria vita precedente sembra essere svanito senza lasciar traccia, in un’impossibile rimozione del dolore che diventa disturbante – e non perturbante – freudiano ma non nel senso psicoanalitico del termine.

“Disturbante” è il dramma e il dolore suggerito; disturbanti sono le ferite inflitte nell’anima della protagonista e disturbanti sono le presenze maschili, preda dei loro demoni e pronti semplicemente ad infierire, più che ad aiutare. Tornare è quindi un doloroso canto di dolore; forse troppo doloroso per essere mainstream, troppo complesso e intimista per accogliere il favore del pubblico; questa ballata nei corridoi della memoria finisce per trasformarsi in un incubo kafkiano senza uscita, dove non c’è soluzione al dolore e le azioni rimangono impunite, generando solo cortocircuiti comunicativi (e visivi).

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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