Un Giorno di Pioggia a New York, recensione del nuovo film di Woody Allen

scritto da: Ludovica Ottaviani

Un Giorno di Pioggia a New York è l’atteso nuovo film di Woody Allen, grande maestro quanto mai pronto a mettersi in gioco dialogando tanto con il passato che con il presente, riflettendo su sé stesso e la propria produzione senza però dimenticare di aggiornare quei moduli e quei modelli consolidati agli anni moderni.

Per questa nuova commedia Allen sceglie di affidare le proprie complesse riflessioni sulla natura umana e sulle difficoltà dei rapporti di coppia a un gruppo di giovanissimi attori: così Timothée Chalamet, Elle Fanning e Selena Gomez diventano l’ennesimo riflesso dei personaggi che popolano l’universo alleniano, circondati da maturi “supporter actors” che sostengono la struttura narrativa, nomi come Jude Law, Liev Schreiber, Diego Luna e Rebecca Hall.

Si torna a Manhattan con questa commedia romantica incentrata su due fidanzatini del college, Gatsby (Chalamet) e Ashleigh (Fanning), i cui piani per un weekend romantico da trascorrere insieme a New York City vanno in fumo non appena mettono piede in città. I due infatti, fin dal loro arrivo, si ritrovano separati e si imbattono in una serie di incontri casuali – con registi, attori, sceneggiatori e sorelle di vecchie fiamme – quanto bizzarri proprio come le avventure che vivranno, ciascuno per proprio conto.

un giorno di pioggia a new york

Un Giorno di Pioggia a New York, come già anticipato in precedenza, è il ritorno di Allen oltre le polemiche e le critiche: schivando la lunga ombra di una meschina “damnatio memoriae”, il maestro della commedia intellettual-nevrotica e del witz kosher ripropone uno degli schemi tradizionali alla base della sua produzione – evocato negli anni ’70 in Io e Annie quanto in Manhattan fino al più recente Basta che Funzioni – riuscendo però ad evolversi, a non perdere il lungo passo dei tempi che cambiano adattandosi a sua volta.

Gatsby, il giovane protagonista, è un epigono delle innumerevoli evocazioni alleniane sul grande schermo: ma questa volta non siamo di fronte alla mera esibizione/imitazione di tic, nevrosi e atti mancati quanto all’esplorazione più profonda della psicologia complessa di un giovane uomo di Uptown Manhattan alle prese con le idiosincrasie della crescita. Il ventenne ricorda vagamente l’Owen Wilson di Midnight in Paris, anche lui smarrito in un indefinito limbo tra passato e presente; Gatsby – che già nel nome porta la causa del proprio spleen – vorrebbe essere chi non è destinato a diventare; affascinato dal richiamo ammaliante del sottobosco newyorkese, dai locali fumosi e jazz, da una vita bohemian ma sregolata cerca di omologarsi alle regole della buona società, vivendo un conflitto pronto a deflagrare.

E lo scoppio improvviso di quest’Epifania trova la propria complicità in New York City, nella grande Mela che non dorme mai: anche qui, ancora una volta, trasformata in Goldene Medine delle mille possibilità, scintillante promessa dell’indefinita incertezza futura. Solo nella metropoli Gatsby può cercare davvero sé stesso, grazie soprattutto a una gita fuori porta insieme alla fidanzatina Ashleigh. Quest’ultima è il prototipo delle mille donne che hanno attraversato la cinematografia di Allen: WASP, perfetta reginetta del ballo e di perfezione, impeccabile e rampante, è la moderna trasposizione dei personaggi affidati un tempo a Diane Keaton, fulgide apparizioni che finiscono però per non confortare l’animo tormentato del protagonista.

Un Giorno di Pioggia a New York è una rapsodia incostante per i cuori solitari tormentati dal blu della delusione, dallo spettro della rottura; una danza ungherese forsennata di volti, nomi e situazioni che – rutilanti – si susseguono sullo schermo riconfermando il talento di Woody Allen come autore, prima ancora che come regista; il cineasta orchestra una struggente sinfonia di voci diverse, dando corpo alle illusioni che si annidano tanto nel mondo del cinema quanto nel giornalismo e nell’alta società.

E la New York City che fa da sfondo alle vicende narrate è la perfetta protagonista dell’Allen-verso, illuminata splendidamente dalla fotografia dorata di Vittorio Storaro, capace di stupire ancora una volta simulando una luce naturale talmente mozzafiato da essere perfetta in una malinconica fiaba post-moderna. Ed è proprio la luce l’altra grande protagonista, prima ancora delle interpretazioni eccellenti degli attori; una luce che definisce i chiaroscuri delle vite dei singoli, imitando la mutevolezza capricciosa del clima newyorkese senza però sacrificare il valore diegetico che richiede un momento prima un’atmosfera plumbea e asfissiante mentre in quello dopo si schiude, timidamente, davanti all’imprevedibilità delicata dei sentimenti.

Per quanto con Un Giorno di Pioggia a New York Allen provi a riproporre, ancora una volta, uno schema da commedia consolidato e collaudato che rischia di risultare fuori luogo in un mondo lanciato ormai nell’era del 3.0, il risultato è di una sorprendente modernità: riesce ad adattare la caotica confusione emotiva di Io e Annie al 2019, regalando al pubblico uno struggente valzer degli addii delicato come una carezza di velluto sulle corde dell’anima.

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Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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