Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità, recensione del film con Willem Dafoe

scritto da: Ludovica Ottaviani

Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità è il titolo dell’evocativo – ed atipico – biopic diretto dal regista Julian Schnabel, che mette al servizio della Storia il proprio estro artistico orchestrando, sul grande schermo, il talento di attori come Willem Dafoe – Coppa Volpi a Venezia 75 per questo ruolo – Oscar Isaac, Mads Mikkelsen, Rupert Friend, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Vincent Perez e tanti altri, tutti pronti a dar vita alla struggente vicenda umana, personale e artistica del pittore olandese.

Dal burrascoso rapporto con Gauguin passando per quello viscerale con il fratello, fino al misterioso colpo di pistola che gli ha tolto la vita a soli 37 anni: tra conflitti esterni e solitudine, genio e sregolatezza, Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità analizza un periodo frenetico e molto produttivo che ha visto la nascita di capolavori che hanno segnato la storia dell’arte e che continuano, ancora oggi, ad incantare il mondo intero.

Il film si concentra sul misticismo laico di cui è intriso il processo artistico: l’occhio meccanico di Schnabel è raffinato come il suo senso estetico e, con altrettanto gusto, segue Van Gogh non solo sui luoghi che lo hanno visto al lavoro e che lo hanno ispirato, ma arriva fino al punto di spiare nella mente dell’artista.

van gogh sulla soglia dell'eternità

Immortalato nel pieno della propria fase creativa attraverso le vivide pennellate di luce della fotografia mozzafiato, il Van Gogh firmato Schnabel è talmente fedele al modello originale – o alla percezione che da sempre ne abbiamo – da risultare post–moderno, figlio delle logiche spazio/temporali astratte che abbiamo avuto la tendenza a riscrivere e scardinare nel nuovo millennio.

Nel film il punto di vista condiviso dal regista e dagli spettatori è quello assoluto del “fiammingo” Vincent – oltre a quello esterno dell’occhio “narrante” – uomo sempre alle prese con i propri demoni, con un dramma interiore talmente grande da risultare ingestibile, ingombrante e infine divorante. Divorante, quest’ultimo, come la passione che anima il tratto e l’estro di Van Gogh, immortale pioniere del movimento Espressionista che ha contribuito a creare grazie alla forza dirompente delle proprie, nervose, pennellate.

Il colore si agita sulla tela incarnandosi nell’eterna condanna dell’artista, incapace di gestire un talento così grande; allo stesso modo la macchina da presa non riflette le logiche tradizionali del movimento scenico, sovverte la composizione dell’inquadratura e ridefinisce la fisionomia dei luoghi, trasformandoli nella fonte d’ispirazione primaria dell’artista. E proprio sullo sfondo di questi luoghi si muovono, come pedine sullo scacchiere della Storia, il pittore Vincent Van Gogh e i suoi colleghi, i rivali, la famiglia, gli amici quanto i nemici e i detrattori.

van gogh sulla soglia dell'eternità

Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità di Julian Schnabel dal 3 gennaio al cinema

L’instabilità emotiva di Vincent si riflette nei legami sociali che stringe: quello (appunto) fraterno ed essenziale con il fratello Theo, che gli rimarrà sempre a fianco; per non parlare del legame conflittuale con il pittore Paul Gauguin, amico e inimitabile modello da raggiungere quanto intemperante genio a sua volta. Schnabel, con la propria conoscenza del mondo artistico e il gusto che lo contraddistingue, riesce a delineare i contorni di un biopic atipico, fulgido rappresentante del concetto stesso di “piacere retinico”.

La bellezza è negli occhi di chi guarda, e mai come nel caso di Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità si ha la sensazione di assistere più a un’esperienza artistica che al classico biopic; come in un vero e proprio happening capace di mescolare, con il proprio linguaggio, diversi media tra loro, così il film di Schnabel integra la passione per l’Arte con quella per il cinema artigianale dal tocco personale e introspettivo.

Così Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità (qui il trailer italiano ufficiale) mostra una storia fin troppo conosciuta privata dei fronzoli dell’aneddotica e consegnandola all’immortalità della (non) materia, grazie soprattutto all’espressività intensa e sofferta di Willem Dafoe, perfetto transfert del pittore olandese, tela umana sulla quale imprimere le emozioni dell’anima.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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