Velvet Buzzsaw, recensione del film di Dan Gilroy con Jake Gyllenhaal

scritto da: Diego Battistini

È inutile girarci intorno, anche coloro che recitano la parte di detrattori non possono non ammettere che l’avvento di Netflix ha portato una ventata di novità nella storia del cinema e della televisione, mutando radicalmente anche il mercato cinematografico (in tutte le sue sfacettature), oltre che quello delle serie televisive.

Anche gli scettici ormai, benché affezionati alla sala in quanto luogo sacro della “visione cinematografica”, si sono dovuti (parzialmente) ricredere, anche alla luce degli investimenti che la società californiana ha stanziato in supporto al cinema d’autore. Forse all’inizio nessuno l’avrebbe pronosticato, eppure ad oggi ci sono registi (e che registi!) che senza Netflix non avrebbero potuto realizzare i loro ultimi film, o comunque avrebbero trovato notevoli difficoltà produttive e distributive. Si pensi, solo per fare tre nomi, ad Alfondo Cuàron (Roma), ai fratelli Coen (La ballata di Buster Scruggs) e a Martin Scorsese (The Irishman, in arrivo entro la fine del 2019).

Certo, non è tutto oro quello che luccica e la volontà da parte di Netflix di accrescere continuamente il proprio catalogo per respingere gli assalti della concorrenza presente e di quella futura, ha portato la società non solo a produrre tanti film, ma anche ad operare quella che appare a tutti gli effetti una sorta di “selezione naturale” tra i film decisamente accurati (che certo non avrebbero sfigurato neppure in sala) e film che sembrano prodotti per aumentare l’offerta per i propri utenti.

Velvet Buzzsaw di Dan Gilroy dal 1 febbraio disponibile su Netflix

La considerazione non si basa naturalmente sul lato meramente estetico: i lungometraggi prodotti da Netflix hanno una qualità visive e stilistica che si trova di rado nel cinema contemporaneo. È piuttosto dal punto di vista della drammaturgia e della sceneggiatura che si notano dei limiti, delle approssimazioni talvolta francamente inspiegabili e – a parere di chi scrive – che si ripetono di film in film, come se si trattasse di un continuativo (e consapevole?) difettodi fabbricazione (vedere, per credere, due film molto diversi tra loro come Mudbound e Cloverfield Paradox, ma anche il disastroso Bright).

Appartiene purtroppo a questa seconda categoria anche una delle ultime produzioni Netflix, l’atteso Velvet Buzzsaw di Dan Gilroy, sorta di thriller/horror ambientato nel meschino mondo dell’arte contemporanea (quella dei giorni nostri, tanto per intendersi). Il regista, che aveva stupito tutti con il suo film d’esordio Lo sciacallo – Nightcrawler (e un po’ meno con il secondo film End of Justice – Nessuno è innocente), racconta una storia pienamente nelle sue corde, mischiando (questa volta con meno sapienza) ironia e dramma per lanciare una sorta di atto di accusa verso un “mondo fuori dal mondo”, quello del mercato dell’arte, che vive di leggi proprie ed è determinato più che dagli artisti, dagli spietati mercanti d’arte e galleristi e naturalmente dai critici, capaci, con una sola recensione di far cadere un’artista dalle stelle alle stalle (anche solo per futili motivi personali).

Ambientato nell’algida Miami, il film segue le vicissitudini di diversi personaggi, tra i quali l’influente critico d’arte Morf Vandewalt (Jake Gyllenhaal, davvero straordinario), i galleristi rivali Rhodora Haze (Rene Russo) e Jon Dondon (Tom Sturridge), la giovane e ambiziosa Josephina (Zawe Ashton), l’artista in crisi creativa Pears (John Malkovich). Le piatte e piuttosto vuote esistenze dei personaggi, tra mostre, dispetti reciproci ed egocentrismo, si ravvivano però di fronte a una scoperta casuale ed eccezionale: il ritrovamento di una serie di dipinti di un artista sconosciuto, Vetril Dease, che cattura l’attenzione di tutti e di tutti diventa una specie di ossessione. Un terribile mistero, però, si nasconde dietro gli angoscianti dipinti del misterioso artista.

A chi appartiente l’arte? Agli artisti, ai mercanti, ai galleristi, oppure al pubblico che si reca nei musei ad ammirarla? È la domanda da cui parte implicitamente Velvet Buzzsaw (qui il trailer ufficiale), ma non è certamente l’unica che emerge durante il corso del film, specie in relazione all’universo esclusivo che Dan Gilroy vuole raccontare: quello che ruota attorno all’arte contemporanea.

Un microcosmo che sembra muoversi per inerzia, e che viene raccontato da Dan Gilroy con ironia e sarcasmo (a volte un po’ semplicistico), tra galleristi che scambiano sacchi d’immondizia per un’opera d’arte visionaria e sono disposti a tutto pur di guadagnare, giornalisti che pensano solo al proprio ego (“Una recensione cattiva è sempre meglio dell’anonimato”, dice Morf in una scena), spettatori di mostre d’arte contemporanea talmente ignoranti (o forse confusi?) da non riuscire a distinguere realtà e finzione artistica (tanto da pensare che un cadavere sia parte di un’istallazione) e artisti che, anziché essere protagonisti sono ridotti ad accessori, usati a proprio piacimento dai galleristi e dagli acquirenti delle loro opere, ingabbiati in un mondo che non concepiscono, fatto di soldi (tanti soldi!), feste anonime, un vuoto intellettivo straniante, e la cui fantasia e creatività sembrano imprigionate in un limbo dal quale è pressoché impossibile fuggire.

È sicuramente questa descrizione al vetriolo del mondo dell’arte contemporanea, l’aspetto più riuscito di un film che a tratti (soprattutto nella prima parte) appare quasi ipnotico grazie al suo stile rarefatto e molto cool. Decisamente meno riuscita, invece, la piega horror che prende la storia nella seconda parte. Il mistero legato all’opera dell’acclamato pittore sconosciuto, i cui inquietanti quadri catturano, come detto, l’interesse di tutti, spinge il film verso binari narrativi più ovvi e scontati. Ed è in fondo proprio a causa del cambio di registro – anche se la compenetrazione tra commedia e horror non viene mai veramente meno – che acuisce i limiti di un’opera che si dimostra sostanzialmente vuota.

Diego Battistini

Collaboratore | La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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