1994, recensione della serie originale Sky con protagonista Stefano Accorsi

scritto da: Ludovica Ottaviani

1994 è il terzo, e ultimo, capitolo della trilogia nata da un’idea di Stefano Accorsi, che ritorna nei panni del “faccendiere” Leonardo Notte accanto a Miriam Leone (Veronica Castello) e Guido Caprino (Guido Bosco); protagonisti di un infuocato triangolo – diviso tra potere, sesso, denaro e sentimenti – sullo sfondo dei cambiamenti cruciali che segnarono l’Italia degli anni ’90 e dei protagonisti di tali rivoluzioni.

I vari Silvio Berlusconi, Umberto Bossi, Roberto Maroni e Massimo D’Alema trovano corpo negli attori chiamati per interpretarli (possiamo citare Paolo Pierobon e Vinicio Marchioni) dimostrando quali livelli di creatività e commistione tra fictional e non fictional sono stati raggiunti dagli sceneggiatori Stefano Sardo, Ludovica Rampoldi e Alessandro Fabbri (come hanno raccontato durante la conferenza stampa).

Nel 1994 l’Italia cambia per sempre: è l’anno della restaurazione. Lo sa bene Leonardo Notte (Accorsi): ha capito che conquistare il potere è difficile, ma mantenerlo è davvero una missione impossibile. Così come sembra impossibile per Pietro Bosco (Caprino) riuscire a cambiare: anche ora che ha un ufficio al Viminale, non riesce ad abbandonare i suoi vecchi difetti, né riesce a dimenticare l’unica donna che ha davvero amato, Veronica Castello (Leone), che deve infatti decidere chi sarà il suo compagno di vita.

Nel frattempo capisce che non vuole più essere solo la donna di uomini potenti e inizia così a giocare in prima persona la partita per il potere, diventando una parlamentare. Ritroveremo anche il PM di Mani Pulite Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi), che continua la sua battaglia, Silvio Berlusconi (Pierobon) e Dario Scaglia (Giovanni Ludeno).

1994 è la conferma dell’unicità narrativa del progetto concepito da Accorsi, Sardo, Rampoldi e Fabbri: la serie targata Sky, infatti, rappresenta il primo caso italiano focalizzato nel ripercorrere l’ascesa e caduta dell’ultima tranche della Prima Repubblica che ha avuto luogo nel decennio che ci ha preceduto, con l’ombra sempre più lunga della seconda proiettata sulla scena.

Gli anni ’90, mai così importanti, hanno incarnato una svolta attesa ma fallita: una rivoluzione agognata ma abortita, sullo sfondo di un palazzo del potere trasformatosi in circo mediatico e gabinetto delle rarità. La finzione letteralmente “messa in scena” da Leonardo, Veronica e Pietro trova spazio nelle intricate trame del potere politico, che riconferma la tesi più antica del mondo, ovvero quanto la realtà sia sempre capace di superare la fantasia.

Ad affiancarli sono i volti noti che hanno segnato – e continuano ad influenzare – la scena politica nazionale: i tanti Berlusconi, D’Alema, Bossi non sono però ridotti a mere macchiette o maschere carnevalesche; piuttosto, sono esseri umani complessi, sfaccettati, dominati da luci e ombre che ne animano e determinano le azioni.

Sono i personaggi irreali a trasformarsi in custodi della verità, ultimi rappresentati di un’umanità alla deriva – umana quanto etica – che cerca di sopravvivere sposando le cause più convenienti, cercando di affermarsi ad ogni costo e di lottare per le proprie personali battaglie abbracciando la filosofia del Trasformismo, che da sempre contraddistingue la scena politica italiana.

Seguendo un trend recente, Sky – che distribuirà la serie prodotta dalla Wildside a partire dal prossimo 4 ottobre sul canale Sky Atlantic – invece di mostrare alla stampa i canonici primo e secondo episodio, sceglie di aprire le danze con il quinto e il sesto della stagione: un affascinante viaggio nel cuore stesso della serie, rutilante e incalzante, preludio a un finale epico che conclude un lungo percorso iniziato nel 2011 (con le prime idee e le bozze grezze).

Nel sesto episodio della stagione le storie dei singoli personaggi coinvolti finiscono per confluire – incontrandosi e scontrandosi – sullo sfondo della scena politica; ma è con il quinto che questa formula consolidata trova lo sbocco più felice e riuscito, mostrandosi come l’anello di congiunzione tra la narrazione televisiva e quella cinematografica.

Giocando tanto con l’immaginario noir (basti citare Viale del Tramonto) quanto con quello brillante (quanto cinico e amaro) della commedia all’italiana, gli sceneggiatori di 1994 orchestrano una sinfonia di situazioni e “caratteri”, maschere grottesche che danzano al ritmo pulsante dei bisogni e delle necessità a qualunque costo, in una vorticosa girandola di cinismo che si dipana in un maestoso esercizio di genere quanto di stile.

La ricostruzione dettagliata, l’attenzione meticolosa per i particolari permette a 1994 di imporsi come un affascinante unicum nel panorama televisivo italiano, capace di trasportare gli spettatori nella capsula del tempo, fin nel cuore del fallimento di un’auspicata rivoluzione dei costumi, delle mode e dell’Italia.

Guarda il trailer ufficiale di 1994

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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