Il Nome della Rosa, recensione dei primi due episodi della miniserie con John Turturro

scritto da: Ludovica Ottaviani

Il Nome della Rosa è la nuova, attesissima, miniserie targata Rai pronta a debuttare in prima serata dal 4 marzo: grazie alla regia di Giacomo Battiato, le avventure del brillante “detective medievale” Guglielmo da Baskerville e del suo assistente/novizio Adso da Melk tornano questa volta sul piccolo schermo dopo il grande successo del film omonimo diretto da Jean-Jacques Annaud che vedeva protagonisti Sean Connery, Christian Slater, F. Murray Abraham e Ron Perlman.

Il compito di ricoprire gli onerosi panni dei protagonisti spetta alle superstar John Turturro e Rupert Everett – rispettivamente nei panni di Guglielmo e dell’inquisitore supremo Bernardo Gui – affiancati da Damian Hardung, Richard Sammel, Sebastian Koch, James Cosmo, Michael Emerson e dagli italiani Fabrizio Bentivoglio, Greta Scarano, Stefano Fresi e Roberto Herlitzka, con la partecipazione straordinaria di Alessio Boni.

Nord Italia, anno 1327. Il frate Guglielmo da Baskerville (Turturro) raggiunge un’isolata abbazia benedettina sulle Alpi. Lo attende una Disputa importante: dovrà rappresentare l’Ordine francescano – appoggiato da Ludovico di Baviera – contro le minacce di Papa Giovanni XXII, pronto a distruggerlo ad ogni costo. A seguirlo nel suo viaggio nell’abbazia è un giovane novizio benedettino, Adso (Hardung), che lo ha scelto come maestro e guida: cioè che nessuno dei due immagina è di ritrovarsi al centro di un sinistro mistero che li spingerà ad indagare sull’identità e sul movente di un assassino seriale lottando contro il tempo, per risolvere il caso prima dell’arrivo di Bernardo Gui (Everett) il grande inquisitore.

Il Nome della Rosa, la nuova miniserie tratta dal romanzo di Umberto Eco, dal 4 marzo su Rai 1

La miniserie evento tratta dall’omonimo romanzo di Umberto Eco rappresenta un’ambiziosa boccata d’aria fresca per il panorama seriale italiano: la tv generalista alza la posta in gioco delle proprie produzioni, puntando su una ferrea pianificazione a monte per realizzare un progetto che sembra avere tutte le carte in regola per essere esportato, convincendo il mercato estero spesso scettico nei confronti dei nostri prodotti audiovisivi.

Divisa in quattro puntate (8 episodi in totale), Il Nome della Rosa parte dal nucleo complesso del romanzo di Eco per poi espanderlo: in superficie lo spettatore ritroverà la classica linea della detective story medievale, appassionante e avvincente; ma allo stesso tempo, addentrandosi nel cuore della serie, si scaverà sempre di più tra le luci e le ombre del Medioevo, destreggiandosi tra le eterne contraddizioni tra Stato e Chiesa, le eresie dilaganti e le minacce interne che minavano lo status quo dei potenti dell’epoca: elementi questi presenti fin dalle premesse del primo episodio, che costruisce un complesso set-up stratificato pronto a condurre lo spettatore per mano, attraverso il dedalico labirinto delle varie vicende narrate e dei molteplici personaggi mostrati.

Rispetto al film, la serialità permette di esplorare aspetti diversi tra loro e decisamente più complessi, senza perdere di vista l’attenzione degli spettatori sempre a caccia d’emozioni e colpi di scena; allo stesso tempo anche in questo caso sarà quasi impossibile restituire appieno la complessità del romanzo di Eco, proprio perché declinato comunque in un prodotto popular destinato al grande pubblico.

Nell’epoca di Netflix e dei binge watching selvaggi la Rai tenta una strada diversa, classica quanto rischiosa, vincendo però a testa alta la partita: merito delle presenze di Turturro (qui anche in veste di co-sceneggiatore e co-produttore), Everett ed Emerson che conferiscono un respiro, un gusto e una tensione totalmente diversi a Il Nome della Rosa trasformandola in un’affascinante mini-serie ambiziosa e competitiva che trova nella sceneggiatura, quanto nei dettagli, il proprio punto di forza.

La ricostruzione perfetta è coadiuvata dalla regia di Battiato che s’ispira all’arte pittorica dell’epoca dalla quale riprende colori, atmosfere e continui giochi di luce ed ombre che immortalano i silenzi e le assenze, i segreti che tutti cercano di proteggere per evitare che il sapere – e la conoscenza – possano trasformarsi in potenti armi in mano all’uomo (come ha ricordato Turturro stesso durante la conferenza stampa), gettando così una nuova luce su un periodo bollato, in modo semplicistico, come “secolo buio” e che invece cela un intricato affresco di misteri e suggestioni brucianti come fuoco sotto la cenere.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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